Mio fratello Moustafà

Viviamo tempi complessi, duri, tempi di transizione e di smarrimento, tempi che in cui sembrano palesarsi le parole di Nietzsche secondo cui, in un solo colpo di spugna, l’intero orizzonte è stato strusciato via (cfr. F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125), lasciandoci senza riferimenti, senza bussola, spaesati in un villaggio globale che appare sempre più un ambiente ostile, ansiogeno ed inospitale. Tempi segnati da un’insicurezza e da una vulnerabilità che ci feriscono, da una irrazionalità e da una violenza che ci sgomentano. Vivere insieme ad altri diventa un’arte difficile, troppo impegnativa; soprattutto quando l’altro ha un nome “straniero”, una cadenza della voce che tradisce una origine lontana, un colore della pelle che manifesta una provenienza esotica. L’istinto riflesso è quello della chiusura, del sospetto, del risentimento, un boccone davvero avvelenato per la nostra anima.

Come reagire a tutto questo? O forse meglio, e più modestamente, come sopravvivere ad un mondo che pare sopire ogni sogno di speranza?

Mi torna alla mente il volto del mio amico Moustafà. Moustafà è uno dei tanti ragazzi marocchini che, anni orsono, ha lasciato il suo Paese per cercare una migliore condizione di vita altrove. Vive da anni a fianco a me, uno della stessa corte, si sarebbe detto una volta. Proprio la vicinanza e qualche fortuita circostanza della vita ci ha fatto incontrare, forse per caso, forse no. Moustafà è una bella persona, una di quelle che non fanno “il botto” quando le incontri ma che impari ad apprezzarle nei piccoli gesti quotidiani. È una persona mite, solida, affidabile: quando parli con lui ha la percezione di avere davanti un uomo vero, di cui ti puoi fidare e a cui affideresti tranquillamente le chiavi della tua casa. Moustafà adora i suoi figli, come ogni padre farebbe per la propria prole: si preoccupa per loro, cerca di offrire loro il meglio anche a prezzo di grandi fatiche e sacrifici. Ama il suo lavoro e lo si capisce quando ne parla; ovviamente (e tristemente) essendo un italiano “di colore” non sempre il salario arriva in maniera puntuale ed è quindi costretto ad inventarsi un modo per arrivare a fine mese in modo dignitoso e con qualche rinuncia. Come me è preoccupato del futuro, suo e dei suoi figli, vive la precarietà di una vita che non gli offre troppe garanzie, sempre in bilico su un crinale che rischia di farlo scivolare velocemente in difficoltà… un po’ come tutti noi.. Moustafà è un buon mussulmano, prega il suo Dio, rispetta le norme che la sua religione gli prescrive e lo fa con una serenità ed un orgoglio che è esemplare: percepisci in lui una fede semplice e vera, che è guida ed orientamento alla sua vita e a quella della sua famiglia; mai ostentata, mai vissuta in modo oppositivo ma come una parte essenziale della propria identità e origine. Sarà a motivo della nostra amicizia o della simpatia che naturalmente provo per lui, ma il suo Dio ed il mio Dio mi paiono fratelli, o, per lo meno, stretti cugini, non certo nemici o competitor..

L’incontro con Moustafà mi fa pensare ad alcune riflessioni che Emmanuel Levinas faceva attorno al tema del volto dell’altro. Il volto dell’altro, di ogni altro, è porta di ingresso ad una storia, a dei legami, a dei vissuti, a delle sofferenze e delle gioie che non comprenderò mai a fondo. Secondo Levinas l’Altro si rivela soprattutto nel volto di colui che ci guarda, che ci incontra, con il quale intessiamo una relazione o la rompiamo, in maniera unica ed irripetibile. Nel volto dell’altro c’è la traccia dell’Infinito, tuttavia questa traccia non permane mai in modo statico o fisso ma è cancellata come una traccia lasciata sulla sabbia che è segno di un passaggio ma anche di un’assenza. Il volto dell’altro mi apre all’arcano di ciò che è Totalmente Altro da me, di ciò che è per sé e, dunque, non manipolabile da me, in quanto segno del Mistero.

Quanti Moustafà costellano la nostra esistenza? Quanti sguardi portatori di un celato Mistero solcano i nostri giorni? Quanti incontri mancati o tesori inesplorati si nascondono tra le pieghe della nostra vita? E se la Speranza ci giungesse attraverso il volto di tanti fratelli come il mio fratello Moustafà?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di novembre di “LodivecchioMese“.

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