sono (solo) parole…

Colonizzati dalla cultura del marketing, abbiamo smarrito il valore della parola, ridotta a strumento di seduzione e persuasione. Privata del suo naturale habitat simbolico, la parola è divenuta una “materia grezza ed informe”, un mero “oggetto del mondo”, un sofisticato codice per scambiare informazioni: al pari del linguaggio algebrico, essa indica similitudine, uguaglianze o dissonanze all’interno di un mondo virtuale  che ha perso la sua “sostanza” e consistenza. Alla parola è rimasta una residuale dimensione signica, un po’ come i cartello stradali, l’elenco telefonico e le istruzioni del televisore.

La parola porta con sé una naturale istanza fiduciale: essa non è mai un neutro passaggio di informazioni ma compromette sempre colui che parla e colui che ascolta. Così quando ti parlo esprimo in maniera implicita, ma non per questo meno reale, la mia fiducia nella tua capacità e disponibilità di ospitare le mie parole, ti riconosco come un interlocutore altro da me e abilitato a condividere la mia vita. Il semplice rivolgere la parola esprime una elezione dell’altro, un riconoscimento della sua dignità ed affidabilità. Godere della parola data e ricevuta significa aprirsi alla sua benefica terapia, carica di fiducia, stima e riconoscimento.

Si dice che le parole sono come pietre: a me piace pensare che le parole sono come lacci che ci legano ad una vitale rete di relazioni che ci genera e ci costituisce.

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