imparare dal cappero…

La  fonte nascosta

“Ogni tanto mi piace riflettere su certi cicli di vita che si sottraggono facilmente ai nostri sensi ma che sono in realtà molto importanti o per ciò che sviluppano e forniscono alla nostra vita -pensiamo a tanti fenomeni del mondo vegetale ed animale, e a certe energie che animano il cosmo- o per l’insegnamento che ci offrono. Ebbene, queste mie considerazioni si basano sul secondo caso: ricavare un messaggio significativo dal ciclo di una pianta.
Da oltre un anno vivo in una località che si affaccia sul Lago di Garda. In questa zona, oltre alle tante piante di ulivi e agrumi a cui non ero abituato nella bassa bergamasca dove sono cresciuto, ce n’è una che ha colto la mia attenzione e mi ha affascinato parecchio: la pianta del cappero.
Le mie prime osservazioni iniziarono verso la fine dell’inverno, quando tra le grosse pietre di quei muri esposti al sole del pomeriggio, vedevo sporgere delle strane configurazioni legnose, di un marrone chiaro, che sembravano i resti di una pianta che aveva cercato inutilmente di crescere in quel posto impossibile e alla fine era inaridita.
Poi  giunse la primavera e così il calore del sole unito all’intensa umidità iniziarono a fornire l’energia necessaria al suo sviluppo. Fu allora che in mezzo a quelle rocce calcaree spuntarono i primi timidi rametti che in poche settimane, con l’aumento della temperatura, si tramutarono in una folta chioma di colore verde scuro.  
Con l’arrivo dell’estate cominciarono ad apparire i primi boccioli che per varie settimane  mi premurai di raccogliere regolarmente. Dati i miei impegni di lavoro era comunque inevitabile che parecchi boccioli si aprissero diventando così degli splendidi fiori rosa, molto appariscenti e dal profumo delicato.
Quando il caldo implacabile di luglio e agosto non sembrava risparmiare alcuna  persona e alcun  albero  e quando anch’io, per non rischiare un colpo di sole, dovevo infilare un fazzoletto intriso d’acqua sotto il berretto, il cappero continuava tranquillamente il suo corso di crescita e produzione  e se c’era un effetto che quel clima torrido riusciva a provocare era proprio quello di renderlo ancora più lussureggiante.
Col passare delle settimane si sono poi sviluppati i tipici frutti di forma cilindrica, simili ad un piccolo cetriolo, che pendevano dalla pianta come delle candeline verdi. Quando questi frutti vanno oltre la maturazione diventano di un rosso scuro, si spaccano e disperdono il loro semi, per la gioia dei tanti merli che popolano la zona.
Osservando qua e là le varie piante di cappero che crescono dai muri della nostra casa ho pure notato che gli arbusti più vecchi sono quelli che danno i boccioli migliori ed i frutti più grossi, mentre le piante più giovani producono pochi frutti e  di scarsa qualità.
Durante l’inverno tutti i rami vengono potati quasi completamente finchè alla fine, tra le pietre, non emergono che delle “strane configurazioni legnose, di un marrone chiaro”.  E così un altro ciclo di vita di questo arbusto si è concluso. Adesso comincia il nostro ciclo di riflessione…

Una prima considerazione è che la pianta del cappero, una volta sviluppata, sa donarsi in tutte le sue parti significative: che siano i boccioli, i fiori, i frutti o i sem1i dei suoi frutti, è sempre possibile ricavarne qualche beneficio. Se questo aspetto lo applichiamo a noi stessi ciò può mettere in discussione un certo concetto di maturità umana che la vuole limitata nel tempo. Infatti, se prendiamo ispirazione da questa pianta, potremo comprendere che, sia che si tratti del ‘bocciolo’ della tenera età o del ‘fiore’ della giovinezza o del ‘frutto’ della piena maturità o dello ‘sgretolamento’ dell’età avanzata, in ognuno di questi momenti, pur nella diversità dell’età e delle esperienze, abbiamo la possibilità di donarci e di offrire qualcosa agli altri.

Un secondo punto si rifà all’inverno, quando la pianta dopo aver dato tutta se stessa è esausta, sembra morta, mentre invece ha solo bisogno di riposo. Penso che anche noi, in qualunque momento della vita, quando ci accorgiamo di aver dato tanto, siamo invitati ad ammettere a noi stessi e alle persone che ci sono vicine che siamo affaticati. Però qui non si tratta di rinfacciare a qualcuno di averci stancato e nemmeno di accusare i ritmi frenetici della vita, ma significa riconoscere che siamo limitati e che non possiamo realizzare tutto ciò che vorremmo in ogni momento. È proprio qui che dovremmo affrontare lo slogan dell’essere sempre in forma e sempre efficienti a tutte le età che la società moderna ci vuole imporre a tutti i costi tanto da spingerci a far uso anche di farmaci che mettono a repentaglio la nostra salute sia fisica che mentale.

Un altro aspetto emerge dalla crescita impressionate che si verifica nella pianta dopo il riposo, quando si raggiungono le condizioni ottimali. Anche in questo caso non possiamo relegare il fenomeno alla pura sfera vegetale  perché  esso sfida tutti noi ad attendere il tempo giusto senza seguire il voler ricevere ogni cosa “tutto e subito” o voler sempre anticipare la gratificazione al fine di soddisfare i nostri desideri. Ma quante persone sono ancora capaci di attendere o quantomeno riescono a trovare delle ragioni che giustifichino una certa attesa? Quante persone riescono ad ammettere che il ‘tutto e subito’ riduce in modo significativo l’intensità delle nostre esperienze e spesso ci espone alla noia?
I punti precedenti che toccano i diversi doni di ognuno, il riposo e l’attesa del tempo giusto non avrebbero ovviamente alcun significato se non vi fossero radici adeguate. La pianta del cappero è molto resistente al vento ed alla siccità grazie al suo apparato radicale che si insinua  in profondità tra le rocce o nel terreno. Qualcosa di simile deve avvenire anche nella nostra vita: se non affondiamo le nostre radici in valori fondamentali, se non siamo ancorati attorno a dei solidi e consistenti principi, le vicissitudini quotidiane, le bufere o i periodi di aridità potrebbero avere un effetto devastante su di noi.

La festa del Natale ci offre ancora l’opportunità di riflettere e verificare dove affondano le nostre radici. Quelle del cappero, più di tante altre piante, si sottraggono alla nostra immaginazione, è proprio per questo motivo che possono ricordarci che il nostro cammino di fede riceve energia da una fonte profonda  nascosta e seguendo modalità che non si lasciano spiegare facilmente.
 Betlemme rievoca un luogo nascosto, apparentemente insignificante ma che ha marcato gl’inizi di una storia che è giunta fino a noi e che è ancora in grado di trasformare la vita di tante persone. L’accettare di ripercorrere il ‘sentiero spirituale’ che porta a quel piccolo villaggio vicino a Gerusalemme rivela la fiducia che se restiamo uniti al Signore Gesù ognuno di noi potrà ottenere una grande forza da questo incontro personale con Lui.
Molta gente quando osserva il comportamento di un cristiano autentico, se non identifica le sue radici, non capirà o per lo meno sarà sorpresa al vedere la sua capacità di offrire qualcosa di significativo ad ogni età, di riconoscersi limitato, di sapere attendere e di affrontare con vigore le difficoltà e le sofferenze della vita. Questo non dovrebbe meravigliarci, perchè anche duemila anni fa parecchi non riconobbero quell’Uomo che appena nato era stato posto in una mangiatoia, e nemmeno sapevano da dove era venuto.
E noi da che parte ci troviamo? La fonte nascosta l’abbiamo riconosciuta?

Questo testo è una lettera che Pierpaolo, un monaco comboniano, ha scritto ad un gruppo di amici.

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