tutti a tavola!

Ci sono riti che non muoiono, che attraversano il tempo ed i giorni, che sembrano incuranti delle epoche, delle ideologie e della loro fine; sono riti che sopravvivono allo scorrere degli anni e che quasi irridono le mode e gli usi passeggeri; essi continuano a presiedere imperturbabili i nostri comportamenti e le nostre abitudini. Tra questi “riti che non muoiono” eccelle certamente quello del pasto insieme: esso rappresenta il modo più pieno che conosciamo per celebrare le nostre feste, per condividere le gioie e per festeggiare successi e traguardi. Durante le prossime feste natalizie, si ripeterà nuovamente questo arcano e sempre nuovo rito: ricchi banchetti saranno imbanditi per festeggiare il Natale, per riunire insieme famiglie e amici, per rinvigorire legami che durante l’anno si sono un poco allentati o che abbiamo trascurato.

Mangiare insieme! Che cosa meravigliosa! Magiare insieme è forse una delle esperienza più ricche e gratificanti, intrinsecamente simbolica della nostra umanità, espressiva della nostra comune condizione di uomini e forse proprio per questo cosi’ vicina e familiare.
L’esperienza del mangiare insieme parte da lontano..parte da una volontà di cucinare, non solo per se stessi ma anche per gli altri. Potremmo dire che il mangiare insieme è un “pezzo di vita” che nasce dal cuore di qualcuno che invoca condivisione, che entra nella testa per diventare un lista di armoniose pietanze (un menu’ appunto), per poi passare alla mano abile del cuoco che prepara il cibo ed infine terminare nella carne dei commensali che di quel cibo si nutrono. Penso che nessun animale sulla terra viva l’esperienza dello sfamarsi in maniera cosi’ complessa e ricca: l’animale azzanna il cibo, lo trangugia come una naturale necessità, lo divora nella paura che qualcuno gli possa “sottrarre l’osso”. Noi umani cuciniamo, apparecchiamo una tavola (con una serie di dettagli e di attenzioni che non sarebbero strettamente necessari), cuciniamo il cibo, lo serviamo con cura e senso estetico e lo condividiamo con altri uomini, abbandonando quella aggressività e voracità che la nostra parte animale ci suggerirebbe.

Condividendo il cibo, noi uomini non mettiamo semplicemente in comune un certa dose di proteine, vitamine, sali e zuccheri.. mangiare è molto più’ che sfamarsi. Nel cibo che mettiamo sulla tavola ci sono le nostre relazioni, i nostri bisogni, le nostre esperienze, la nostra esistenza. In fondo condividiamo ciò che ci è necessario per vivere e questo va ben oltre la pasta o il tacchino. Ci sediamo alla mensa dell’altro per “mangiare” della sua presenza, della sua parola, del suo vissuto e a nostra volta ci offriamo come cibo per lui, regalandogli il nostro tempo, la nostra attenzione, il nostro ascolto, la nostra ospitalità. Mangiamo ciascuno alle mensa dell’altro, cibandoci l’un l’altro di ciò che è necessario per vivere, di ciò che ci rende uomini e di ciò che ci permettere di continuare ad esserlo. Forse è per questo che tutte le grandi culture danno enorme importanza ai banchetti rituali, dalla cena pasquale ebraica fino alla eucarestia cristiana. Tutte le culture hanno riconosciuto che dentro questo gesto quotidiano e feriale vi è una portata di Vita e di Senso straordinari, vi è una materialità che trascende nel Mistero, c’è una dimensione sacrale che è irruzione del Mistero della Vita nell’ordinarietà dei giorni. In fondo mangiare insieme non è solo mangiare ciascuno alla mensa dell’altro ma forse, e primariamente, mangiare insieme alla Mensa della Vita, nutrirsi di un Senso che ci precede e ci supera, gustare la Vita che si dona in una forma sensibile, concreta, materiale, direi quasi carnale…

Vi è inoltre un ulteriore elemento che rende il nostro “stare a tavola” cosi’ significante per la nostra esistenza: quando mangio con qualcuno, prima ancora che condividere del cibo, condivido con il mio commensale, la mia fame: mi mostro come uno che “ha fame” e riconosco ed accolgo l’altro come “uno che ha fame”. Presentarsi come affamato è il gesto di colui che riconosce di non bastare a se stesso, di essere uno che manca di qualcosa, il cibo appunto; è come se dicessi al mio commensale: “vedi, come te, io sono uno che ha fame, ho bisogno di mangiare, non sono autosufficiente, non basto a me stesso ma , per vivere, ho costantemente bisogno di qualcosa che è fuori di me. Tu come me e io come te, siamo persone bisognose, che, fortunatamente, non hanno in se quanto serve loro per vivere ma questo “necessario” deve essere accolto come dono, come promessa, come desiderio”. Non solo: “ciò che ci serve per vivere ha un gusto buono, è piacevole, succulento.. non ha il peso di una necessità amara e disgustosa..No! ha un sapore che delizia il palato, che riconcilia con la Bontà originaria della vita, che mi ricorda, tra un maccherone e l’altro, che nel mondo non è tutto male, che la Vita è originariamente, anche se misteriosamente, buona e che il cibo che tu ricevi e da cui dipendi ha un sapore straordinario ed eccedente”. Condividere la fame è la possibilità di riconoscersi uomini, uniti da questo bisogno al di là di razze, culture ed appartenenze.

Il rito del mangiare insieme è davvero qualcosa che afferisce alla natura più intima e misteriosa dell’essere umano, è esperienza che custodisce il senso profondo del vivere e del morire, è luogo in cui si palesa la nostra dignità e la nostra grandezza.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre di “LodivecchioMese

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