Ci è stato dato un Figlio

Il telefono stamattina è impazzito, sembrava una slot-machine quando ti riesce di mettere tre simboli uguali sulla stessa linea. Una rete di Auguri planetaria, auguri che si fanno e auguri che si ricevono. Ci si augura l’un l’altro ogni forma di bene, di felicità, di serenità e di pace. Almeno una volta l’anno cessa il rito narcisistico del culto del proprio Io, per augurare qualcosa di buono ad un’altra persona…è già qualcosa..di questi tempi è bene custodire ogni piccolo segno di primavera e non spegnere lo stoppino fumigante.  In fondo fare gli auguri a qualcuno, se fatti con il cuore, è interessarsi per un attimo a lui, alla sua vita e alla sua sorte; è sperare per lui un futuro bello e sereno, pieno di vita e di speranza.

Dobbiamo ammettere che la parola ‘auguri’ è oggi un po’ logora, abusata, maltrattata: gli auguri ce li fa anche lo spot della RAI e la cassiera del supermercato, Trenitalia ed una serie di riviste a cui sei abbonato.

D’altra parte cosa rende “sostanzioso” il nostro bene augurare, al di là delle nostre buone intenzioni e di un reale interesse per la persona a cui lo rivolgiamo ? Cosa la rende diversa da una parola magica, da una parola di convenevoli ?

Penso che se vogliamo andare al cuore dei nostri auguri dobbiamo fare un (non so quanto comodo) viaggio là dove tutto ebbe inizio. Ci scambiamo gli auguri nel “ricordo attuale” di un bambino che è nato nella periferia del tempo e della storia. Ci auguriamo il bene perché sappiamo che Qualcosa di Nuovo è successo, che, come profetizzava Isaia, ci è stato dato un Figlio. Quel Figlio è il Segno di una Nuova Vita che ci è stata data, è promessa di una pienezza di Umanità, è pegno che Cieli nuovi e Terre nuove sono già cominciati. Quel Bimbo è portatore di un Senso Eccedente della Vita, è presenza carnale del Mistero dell’Essere. Quel Bimbo crocifisso saprà ricapitolare in sé i Tempi, le Storie e vite di ciascuno di noi.

Tanti auguri quindi, riconoscenti che la Vita si è fatta visibile e noi l’abbiamo contemplata nel volto di un bimbetto palestinese.

 

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