difficili convivenze…

Con buona pace di tanta letteratura un po’ troppo carica di melassa, il racconto del viaggio di Maria, Giuseppe e Gesù nel vangelo di ieri ha poco della cartolina da famiglia del mulino bianco…anzi, è attraversata da quella sana dose di conflittualità e tensione che appartiene ad ogni normale famiglia di questo mondo. Abbiamo purtroppo sempre la tentazione a smorzare ed attenuare conflitti ed incomprensioni e ci appaga crogiolarci in un racconto un po’ fiabesco ed irreale del vangelo, il quale, da parte sua, non risparmia al lettore disaccordi e malintesi che sorgono tra i suoi protagonisti.

Vi è nel racconto di Luca anzitutto l’esperienza della perdita: durante il ritorno verso casa, Maria e Giuseppe perdono le traccie di Gesù, rimasto da solo a Gerusalemme.. non c’è male come inizio..i genitori, pensandolo nella comitiva, smarriscono il dodicenne Gesù e per tre lunghi giorni non hanno notizie di lui. A parte una improbabile segnalazione ai servizi sociali per un atto così irresponsabile, pensiamo all’ansia e all’angoscia che può aver dimorato nel cuore dei due genitori che per tre giorni non hanno avuto notizie del figlio: chiunque di noi abbia un figlio può immaginare lo strazio di quei momenti, l’angoscia provata ed il risentimento che avranno covato tra loro marito e moglie…

Alla perdita si aggiunge poi l’incomprensione: di fronte alle comprensibili parole di rimprovero della madre, il dodicenne Gesù risponde con una domanda che resta, stando alle parole del Vangelo, oscura ai due genitori. Anche qui non c’è male come modello di famiglia ideale…

Credo che in fondo la santità e l’esemplarità della famiglia di Nazareth non stia nella sua capacità di stare “sopra i problemi” ma nel coraggio di attraversarli insieme e con fiducia. Mi piace leggere nel racconto di Luca una famiglia che si parla con franchezza e sincerità: Maria, al termine di tre giorni di angoscia, riesce a non aggredire il figlio ma a rivolgere a lui una domanda capace di concedere spazio, di lasciare l’opportunità di esprimersi e di chiarire; i genitori sanno poi verbalizzare la loro angoscia, raccontandola al figlio e facendone segno del loro amore per lui…bella questa comunicazione di sentimenti e di affetti.

Da parte sua il giovane Gesù ricorda ai genitori la sua irriducibile appartenenza alla Vita ed al suo destino che è propria di ogni figlio. A ben vedere questa risposta non stupisce: da chi avrà appreso questa determinazione il figlio se non dai genitori che lo hanno cresciuto e che per primi hanno vissuto con radicalità ed obbedienza questa appartenenza? tale madre, tale figlio, potremmo dire…

Dopo questo edificante momento di perdita ed incomprensione i tre fanno ritorno alla loro quotidianità di Nazareth, la quale non sembra essere stata sconvolta o traumatizzata più di tanto dall’accaduto..papà, mamma e figlio riprendono la loro vita sapendo convivere con questo aspetto ancora non ben digerito ed elaborato del loro passato..curioso questo “strano” atteggiamento dei genitori: non espellono il vissuto problematico, non lo rimuovono, ma, sempre stando alle parole di Luca, lo “serbano nel cuore” come un seme che deve dare frutto, come un’anticipazione di cose future, come appello alla responsabilità di ciascuno.

Amo questo aspetto ospitale della Parola: essa sa essere luogo estremamente accogliente della nostra umanità, anche di quella più problematica e faticosa; essa ci costringe a fare i conti anche con quella parte della nostra vita che sa di rifiuto, violenza o incomprensione.

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