verde d’invidia

Tra le tante “passioni tristi” che ci attanagliano, l’invidia credo sia una delle più subdole e pervasive. Si attiva con poco, non richiede grossi sforzi per essere innescata: è sufficiente vedere qualcuno attorno a noi  che è felice ed ecco che quella maledetta invidia prende piede nel nostro animo.

Invidioso è colui che non riesce a sopportare che qualcun altro possa essere felice; invidioso è colui che, come dice la parola stessa (in-video) non sa vedere il bene che è negli altri e per gli altri. Basta un piccolo successo, una gratificazione apparentemente banale che non riceviamo noi ma qualcun altro per farci sentire feriti, offesi e terribilmente risentiti.

In fondo l’invidia è sorella stretta della superbia, nasce da un sentirsi talmente sopra tutto e tutti che risulta ai nostri occhi intollerabile che qualcuno possa avere più successo di noi, ricevere più riconoscimento ed in fondo essere più felice. In realtà l’invidia nasconde un mascherato senso di inferiorità che viviamo inconsciamente: il successo e la gioia degli altri ci ricordano che non siamo il “numero uno”, che altri possono essere migliori di noi e questo ci fa soffrire. Qualcuno ha molto saggiamente collegato l’invidia al “tormento dell’impotenza”, ossia alla sofferenza che avvertiamo quando riconosciamo di non essere e di non potere tutto. L’invidioso “subisce la frustrazione di un godimento assoluto”: in altre parole la felicità ed il successo degli altri ci costringono ad accettare ed a convivere con la nostra realtà di persone limitate e non onnipotenti, incapaci, per natura, di godere sempre e comunque di tutto.

Contrariamente a quanto crede l’invidioso (il quale vede attorno a sé un mondo incapace di apprezzare il suo valore), il suo problema non sono gli altri, il capo, i colleghi o i competitor, bensì la sua guerra è tutta dentro di sé; c’è un io un po’ infantile che vorrebbe sperimentare una gratificazione senza limiti o condizioni; c’è un io che ancora stenta a convivere con i successi altrui e le debolezze proprie; c’è un io che fatica ad abbandonare quella posizione di esclusività affettiva avuta nell’infanzia.

L’invidioso non vive lontano da noi; spesso è più vicino di quanto pensiamo, più intimo di quanto crediamo e ci costringe, troppo frequentemente, ad intraprendere con lui una guerra nel nostro animo, per poterci svincolare dalla sua presa malefica e nauseabonda.

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