ogni cominciamento…

È nella natura del cominciamento che qualcosa di nuovo possa iniziare senza che possiamo prevederlo in base ad accadimenti precedenti. Questo carattere di sorpresa iniziale è inerente a ogni cominciamento e a ogni origine. (…) Il nuovo si verifica sempre contro la tendenza prevalente delle leggi statistiche e della loro probabilità; che a tutti gli effetti pratici, quotidiani, corrisponde alla certezza; il nuovo quindi appare sempre alla stregua di un miracolo. Il fatto che l’uomo sia capace di azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità.” (Hanna Arendt, Vita activa).

La riflessione della filosofa ebrea Hanna Arendt ci illumina sulla ricchezza e sul valore di ogni inizio, di ogni cosa che possiamo incominciare, di ogni nuova esperienza o azione che possiamo intraprendere. Ogni cominciamento porta con sé la dimensione del miracolo: esso infatti è la rottura di ogni ordine precedente, è la capacità di uscire dallo status quo, di infrangere quella naturale legge della conservazione per cui ogni cosa permarrebbe nella propria staticità se qualcuno non si “prendesse la briga” di iniziare qualcosa di nuovo. Ogni inizio interrompe il darsi naturale degli eventi, rompe il ciclo necessario delle cose, ponendo l’impensato, attuando l’imprevisto, compiendo in qualche modo un miracolo.

Certo non ogni inizio è per se stesso foriero di una novità positiva: l’atto di cominciare può essere anche l’atto di abbattere, distruggere, rovesciare, ferire e gli eventi del secolo scorso ce lo hanno ricordato in maniera plastica e drammatica; anche la moderna tecnologia spesso accompagna degli “inizi” che paiono talvolta delle regressioni della storia e della convivenza.

Tuttavia ogni inizio personale porta con sé sempre un chiaro risvolto sociale: quando ciascuno di noi inizia qualcosa di nuovo attiva un processo che sfugge al proprio diretto controllo o dominio; ogni mia nuova azione genera una serie illimitata e inarrestabile di effetti e di altrettanto illimitati processi innescati da altri soggetti. L’atto finisce così per inserirsi in un intreccio plurale di atti. In altre parole la dimensione personale ed individuale di ogni nostra azione si estende e catalizza effetti che non riguardano solo l’azione stessa ma l’intera comunità in cui tale azione avviene.

La Arendt individua due gesti propri dell’uomo che propiziano e accompagnano l’esperienza dell’incominciare: il perdono e la promessa.

Il ricevere ed il concedere il perdono libera dalle conseguenze necessarie di quanto si è fatto o subito: essa offre la possibilità di superare quelle barriere che il nostro atto ha creato, quella serie di incomprensioni, risentimenti, dolori e odi e così generare la libertà di un nuovo inizio. Il perdono consente di vivere in maniera liberatoria il passato che ci sta alle spalle e che ci ingabbia crudelmente; è la possibilità di voltare pagina per sperimentare la grazia di sentirsi rinati e essere generati ad una nuova esistenza. Così come il perdono dona l’opportunità di nuovi percorsi e nuove esistenze, allo stesso modo il gesto della promessa done prospettiva e futuro a tale nuovo movimento. Senza essere legati all’adempimento dei patti e delle promesse, non riusciremmo mai a mantenere la nostra identità: essa è legata non alla inconsistenza delle “voglie” e di passioni temporanee ma alla fedeltà a ciò che intraprendiamo e che promettiamo a noi stessi e agli altri. Senza la dimensione della promessa, dell’impegno, del voto, ogni nostra nuova azione è soggetta ad un “girare a vuoto” vacuo ed inconsistente… è la promessa che lega quel cominciamento alla fedeltà verso la propria identità ed il proprio futuro.

Se lasciate a se stesse, le faccende umane possono solo seguire la legge della mortalità, che è la più certa e implacabile legge di una vita spesa tra la nascita e la morte. È la facoltà dell’azione che interferisce con questa legge perché interrompe l’inesorabile corso automatico della vita quotidiana (…). Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare

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