a proposito di Family Day

Ho visto, al Family Day, cartelli e slogan che mi hanno lasciato molto perplesso. Uno dei più gettonati diceva: “Sbagliato è sbagliato”.
Non mi piace questo approccio integralista ai problemi; quella frase va bene se parliamo di una operazione di algebra, non se ci riferiamo ai vissuti delle persone.
Questo non significa proporre una “morale debole” e relativistica, ma riconoscere che le esistenze delle persone sono più complicate e meno lineari delle problemi matematici; ammettere che nella vita delle persone 1 più 1 non fa sempre 2 e che ci sono strade tortuose che ci hanno portato ed essere quello che siamo. Sono vissuti complessi e travagliati che non possiamo semplicemente classificare come “giusto” o sbagliato”.

E’ una versione un po’ semplicistica della morale cattolica quella che pretende di leggere il mondo in bianco e nero, senza considerare le mille sfumature di grigio che la vita inevitabilmente porta con sé. Non è questione di giustificare tutto e tutti o di vivere in un mondo in cui “tutte le vacche sono nere” (come diceva un noto filosofo), ma di non ridurre a tutti i costi la realtà ai nostri schemi mentali. La realtà è sempre superiore alle idee.

Pubblico con piacere questa pacata riflessione di Paolo Tassinari, diacono di Fossano. Esprime molte perplessità che mi sento di condividere appieno.

Fra pochi giorni si terrà a Roma al Circo Massimo il “Family Day”: mentre da un lato sono condivisibili alcune delle istanze per cui buona parte del mondo cattolico ha scelto di aderire a questa manifestazione (sostenere la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, ribadire che il bisogno dei minori è di crescere con un papà ed una mamma, il rifiuto del mercato dell’utero in affitto), dall’altro trovano ampio spazio anche coloro che si contrappongono integralisticamente a qualunque forma di riconoscimento delle unioni di fatto.

Le ragioni di questi ultimi purtroppo sembrano prevalere sulle buone ragioni delle diverse anime ispiratrici dell’evento, almeno stando a dichiarazioni apparse sui social network, e non sarà facile smarcarsi per alcune di esse, più equilibrate e propositive.
Ad esempio, in un comunicato a firma di Toni Brandi (Presidente ProVita onlus) è scritto: “E’ ufficiale: il 30 gennaio ci ritroveremo tutti a Roma al Circo Massimo per far sentire forte la nostra voce contro le unioni civili e contro ogni compromesso sul ddl Cirinnà; per manifestare il nostro amore per il bene comune e per i diritti dei bambini, i quali hanno bisogno di una mamma e un papà”.

E’ vero che il ddl Cirinnà è un documento inadeguato, perché sembra fare “copia/incolla” di ciò che è proprio della famiglia per poi applicarlo frettolosamente alla unione omosessuale; è altrettanto vero però che una proposta alternativa non è stata avanzata in questi anni dal variegato mondo cattolico, il quale sovente ha declinato l’entrata nel merito della questione, come se farlo fosse una resa alle posizioni laiciste.

Hanno scritto in questi giorni i Vescovi piemontesi: “Ribadiamo che tutte le unioni di coppie, comprese quelle omosessuali, non possono essere equiparate al matrimonio e alla famiglia. Tenuto fermo questo principio, anche le unioni omosessuali, come tutte le unioni affettive di fatto, richiedono una regolamentazione chiara di diritti e di doveri, espressa con saggezza. Riconosciamo certo la grande importanza e la delicatezza di questo tema che deve essere affrontato e dibattuto, ma non pervenendo a compromessi politici, frutto di equilibrismi tra poteri, che porterebbero a conseguenze negative a tutti i livelli, sociali e culturali, per le famiglie stesse”.

Prendere sul serio le istanze delle coppie omosessuali quindi è oggi un compito del legislatore riconosciuto dai Vescovi non solo piemontesi, e affidato ad ognuno secondo le proprie specificità: come comunità cristiana però quale immagine stiamo restituendo con eventi come quello previsto il 30 gennaio? Cosa stanno pensando “di noi” le coppie omosessuali?

È ingenuo sostenere che la famiglia sia oggi sotto attacco perché anche in Italia, dopo tanti altri paesi europei che l’hanno già fatto, forse si arriverà a una qualche legislazione in tema di unioni omosessuali; a minare la famiglia piuttosto è la perdita del lavoro, il mancato sostegno alle famiglie numerose, la violenza entro le mura domestiche, l’odio fra i coniugi, i rancori tra fratelli, prepotenze più o meno taciute, eredità contese e cose del genere. Su questi fronti è necessario fare sentire la voce della comunità cristiana, affinché si promuovano politiche familiari lungimiranti e coraggiose, e l’impegno del mondo cattolico nelle sue diverse componenti di certo non manca.

Nello stesso tempo però rispetto alla discussione in corso, il ruolo dei laici cattolici è quello di essere il “partito della famiglia”, o di un’idea di famiglia, come se si trattasse di una competizione tra gruppi, oppure è quello di operare per il bene comune, cioè a favore di tutti? E il bene comune è certamente quello delle famiglie fondate sul matrimonio, ma riguarda anche i divorziati, i conviventi e le coppie omosessuali: avere chiara questa prospettiva, mantenendo il senso delle differenze, significa riconoscere e “dire bene” del positivo che c’è in ogni autentico legame caratterizzato da affetto, fedeltà, impegno e stabilità.

Una certa parte del cattolicesimo italiano e specialmente di quello da cui proviene l’iniziativa del Family Day, pare invece resistere a questa logica di “bene-dizione”, che anche in Italia chiede di essere tradotta in “buona-dizione” attraverso scelte politiche e legislative ponderate e sagge; una questione di “stile”, come il recente Convegno ecclesiale di Firenze ha mostrato, piuttosto che di “piazza”.

Scrive acutamente Duilio Albarello, teologo monregalese, sulla sua pagina di Facebook: “Pure i laici cattolici dovrebbero avere la creatività di trovare forme meno ambigue e meno equivocabili della dimostrazione muscolare, per esprimere il loro eventuale dissenso, così da evitare che il loro essere sale e lievito, assumendo una misura sproporzionata, finisca di far esplodere la pasta e di rendere il cibo immangiabile”.

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