un semplice tocco

Abbiamo dei sensi che consideriamo “nobili” ed altri che riteniamo più “primitivi”. La vista ci fa ammirare un Van Gogh o un Rembrandt, mentre il palato ci permette di gustare un bicchiere di Brunello o un piatto di ostriche.  Rispetto a questi sensi “sofisticati”, il tatto appare come qualcosa di più elementare, legato alla nostra origine animale e più adatto ai primissimi anni della nostra vita. A prima vista, il tatto insomma ci si offre come una esperienza un po’ infantile e povera; superando però l’impressione iniziale, esso possiede ben altro spessore.

Il tatto è un senso legato alla percezione più fondamentale che abbiamo della vita: possiamo decidere di chiudere gli occhi, di smettere di annusare, di tappare le orecchie e di non gustare nulla; tuttavia non possiamo scegliere di silenziare il nostro tatto. Esso ci lega indissolubilmente alla nostra sensibilità, alla percezione di noi stessi e delle cose; esso è un canale sempre aperto sul mondo; è l’esperienza grazie alla quale maturiamo la coscienza di esistere, di essere nel mondo, di avere un rapporto con le cose.

Il tatto mi ricorda continuamente che sono “qui”, che sono “io”, che sono vivo e che sono sensibile; è una sorta di àncora che mi tiene ben radicato in questo mondo. Esso ci riporta alla concretezza delle nostre esistenze, mitigando le spinte eccessivamente spiritualistiche.

Proprio per questo, al tatto è collegata una sensazione di realtà, verità e concretezza; quando infatti vogliamo essere certi di qualcosa, la sottoponiamo all’esame del tatto: lo tocchiamo, verificandone così la consistenza. Tutto ciò che è accessibile al tatto ha un grado di realtà superiore: il “sentire al tatto” da certezza, offre garanzie di solidità e di permanenza.

Se ci pensiamo, anche il Vangelo racconta di questa singolare esperienza: quando Tommaso, assente alla prima apparizione di Gesù risorto e dubbioso della sua veridicità, vuole avere “prove evidenti” della risurrezione, altro non fa che chiedere di toccare il Signore. Il fatto davvero straordinario (e un po’ troppo sottostimato) è che Gesù accondiscende a questa richiesta, riconoscendone implicitamente la serietà e la appropriatezza. Solo quando ha la possibilità di toccare la carne del Risorto, Tommaso riconosce la realtà di quanto è avvenuto.

Il tatto, anche nell’esperienza di Tommaso, funge da mediatore tra i propri sensi ed il mondo, tra la propria corporeità e l’ambiente in cui viviamo. Il tatto ci restituisce la misura e i confini di noi stessi: con la mano posso toccare il muro della mia stanza e quel tocco mi comunica il limite dello spazio fisico attorno a me; ma è vero anche il contrario: non solo la mano tocca il muro, ma anche il muro tocca la mano, offrendosi a lei come esperienza del suo limite. In altre parole, il tatto mi fa scoprire il limite delle cose che mi circondano e nello stesso tempo mi ritorna il limite di me che sto esplorando: sorprendente reciprocità dei sensi!

Il tatto rappresenta la forma semplice, nel senso di fondamentale, del nostro stare al mondo: è forse per questo che, quando ci incontriamo, oltre a rivolgerci una parola di saluto, ci scambiamo anche un gesto tattile: una stretta di mano, un abbraccio, una carezza o un bacio. Con questo gesto riconosciamo l’alterità dell’altro nella sua concreta individualità e onoriamo la sua consistenza corporea. E’ come se dicessimo: “Onoro il valore della tua persona nella presenza del tuo corpo.  Apprezzo il tuo esserci, non nella impalpabilità del pensiero, ma nella concretezza delle tua carne”.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

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