i nostri legami

Proviamo a fare un esperimento: chiudiamo gli occhi ed immaginiamo la nostra vita senza i rapporti che abbiamo: immaginiamo di non essere padri, di non essere marito o moglie, di non essere figli, di non essere nipoti o zii, vicini di casa o compagni di squadra, cittadini o membri di una associazione, di un partito o di una chiesa, colleghi o compagni di viaggio, membri di un gruppo o di un sindacato… Ora che abbiamo tolto tutti i nostri legami, che cosa resta di noi ?

Le nostre relazioni ci identificano, dicono chi siamo, raccontano la nostra identità;, esse, ancora di più, ci costituiscono, sono la parte profonda della nostra persona: non solo ci assegnano una identità sociale (padre, figlio, cittadino, lavoratore, etc) ma generano la nostra identità personale più intima. Forse aveva ragione Sarte quando diceva che “l’infermo sono gli altri” (‘enfer, c’est les autres”), ciononostante gli altri ci danno sostanza, contribuiscono a definire chi siamo, cosa siamo e dove andiamo.

La modernità nasce con il sorgere di un nuovo senso del soggetto, una nuova idea di uomo: sganciato dai sistemi metafisici ed ideologici, l’uomo diventa “misura di tutte le cose”, per dirla con Protagora: nasce così l’dea di “individuo”, una idea tutta moderna. L’uomo diventa “in-dividuo”, ossia, letteralmente, “ciò che non può essere separato” (lo stessa accezione della parola “atomo” in greco). L’uomo diviene il solo riferimento di se stesso, la sua ragione la sola stella polare, la sua coscienza il centro in cui discernere il bene ed il male. In questa nuova visione di uomo, le relazioni diventano un fatto accessorio e successivo: prima esiste l’uomo, come essere singolo ed autonomo, e poi vengono le relazioni ed i legami. L’uomo è un po’ come un’isola nell’oceano, che può costruire ponti verso altre isole, istituendo quello che Rousseau chiamerebbe il “contratto sociale”. Inutile negare la ricchezza che questa nuova idea di uomo ha portato (dalla ricerca scientifica ai diritti dell’uomo, dal valore del soggetto al senso della libertà e del progresso). Tuttavia, se estremizzata, questa visione rischia di enfatizzare la competizione, la lotta, la sfida: come ci ricordava il filosofo Hobbes “l’uomo è un lupo per l’uomo” (“homo homini lupus”). La vita diventa un ring, un’arena, dove lottare per la sopravvivenza, dove sopravvivono solo i migliori, i più furbi o i più attrezzati. Se manca un vicolo originario che ci lega indissolubilmente l’un all’altro, il rischio di scivolare in questa logica (che qualcuno chiamerebbe di darwinismo sociale) è sempre dietro l’angolo.

L’immagine biblica dell’uomo è un poco diversa e forse ci si offre come una sorta di anticorpo contro visioni troppo estreme o parziali. Essa si coagula attorno alla idea di “persona”: essa non è un sinonimo di “individuo” bensì è una risposta diversa alla domanda “chi è l’uomo?”.  In questa diversa accezione l’uomo è anzitutto “essere-in-relazione”, è continua sporgenza verso l’alterità, è centro di legami e vincoli reciproci. Le relazioni non sono qualcosa che vengono “dopo” l’uomo, qualcosa che si aggiungono alla sua identità, bensì esse costituiscono in modo proprio il suo essere. In fondo il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” esprime qualcosa di molto vero e profondo: le nostre compagnie, i nostri legami dicono qualcosa di essenziale della nostra persona. Non sono una sorta di cappotto che indossiamo e poi lasciamo; essi sono più simili al colore dei nostri occhi e della nostra pelle, ossia tratti unici ed indelebili della nostra individualità.

Concludo con una piccola digressione sull’oggi: questi pensieri gettano una luce nuova sul mistero della Pasqua che stiamo celebrando in questi giorni. A Pasqua celebriamo l’evento di un uomo che è risorto dalla morte, o meglio, che, passando attraverso la morte, ha aperto il senso di una Vita Piena e Definitiva. Ma cosa ha a che fare tutto questo con noi? Perché ci dovrebbe riguardare? Quell’Uomo, che nella fede crediamo essere Figlio di Dio, si è talmente legato alla nostra umanità, alle cose del nostro Mondo, alle sue passioni e dolori così come alla sue gioie e speranze, che la sua Resurrezione ci riguarda, potremmo dire ci “trascina” inevitabilmente verso l’alto. Il legame che il Figlio (il Logos) ha intessuto con questo nostro mondo ed, in esso, con ogni uomo, è il motivo e la ragione della nostra Speranza, è la possibilità che ci è offerta di entrare nel Mistero della Vita in modo pieno e definitivo.

“Fratello” è davvero la parola che esprime al meglio questo nostro essere persone-in-relazione ed è quella parola che ci apre al mistero della Vita.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodivecchioMese

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