marco

Per questo i Pastori sappiano essere davanti al gregge per indicare la strada, in mezzo al gregge per mantenerlo unito, dietro al gregge per evitare che qualcuno rimanga indietro e perché lo stesso gregge ha, per così dire, il fiuto nel trovare la strada. Il pastore deve muoversi così!” Queste parole di Papa Francesco penso che raccontino molto di chi era don Marco (mi si permetta di chiamarlo qui, in tono amichevole, Marco). Esse descrivono bene lo stile della sua persona e del suo ministero.

Marco era anzitutto uno a cui piaceva stare in mezzo al gregge: non disdegnava la presenza delle persone, non fuggiva l’incontro, non creava distanze. Marco era uno che stava a suo agio in mezzo alla folla, nel vociare continuo delle gente, nella frenesia della vita quotidiana, nella semplicità degli appuntamenti e nella ferialità delle cose. Credo che questo sentirsi al proprio posto in mezzo alle persone nascesse da un amore forte ed autentico per la vita. Marco amava molto la vita, l’amava intensamente e in tutte le manifestazioni con cui essa si offriva. È proprio in nome di questo amore appassionato per il vivere che egli amava il cibo, i viaggi, le buone compagnie, fare due chiacchere, fare shopping, visitare luoghi, andare al cinema o al ristorante, prendere un volo o andare al mare. Non ha mai vissuto come una riduzione del suo ministero o della sua persona fare cose normali, vivere la vita di tutti, partecipare alla quotidianità delle esistenze. Marco sapeva vivere in compagnia degli uomini, sapeva sintonizzarsi con le persone che incontrava, a tal punto che a volte, scherzando, gli dicevamo che aveva una strana dote di attirare a sé tutti i “casi umani”, gente strana, spesso con qualche difficoltà personale, ma che in lui trovavano sincera ospitalità e ascolto. Percepivi, vivendo accanto a lui, un senso di umanità piena, riconciliata, positiva, raramente astiosa o polemica, ma sempre benevola, compassionevole: amava il suo essere uomo e, in nome di questo amore, sapeva apprezzare e stimare l’umanità di chi gli stava vicino, con uno sguardo indulgente, ma mai accondiscendente. Con lui potevi andare ovunque, frequentare i luoghi più disparati: da un monastero ad una spiaggia, da un bar ad un gruppo di catechesi. Sapeva vivere gli ambienti in cui si trovava come luoghi ospitali, come spazi di vita e di incontri. Pur possedendo un forte senso del sacro, non conosceva la parola “profano”: ogni uomo, ogni occasione, ogni momento o luogo era per lui un appello della Vita, una chiamata del Mistero, un dono da accogliere con infinità intensità.

Marco sapeva anche stare dietro il gregge, per raccogliere chi era rimasto indietro. Ho personalmente sperimentato questa sua cura verso la fragilità, il disorientamento, la fatica. Sapevi che c’era: non ti mollava. I momenti difficili, suoi e di chi viveva con lui, non lo spaventavano: viveva un sorta di radicale fedeltà alle storie, che lo portava ad abbracciare quanto gli capitava come uno dono ed un compito. Non era persona facile alla rinuncia anzi aveva quella rara dote di chi sa “prendersi cura” delle persone: chiunque gli fosse stato affidato dalla vita percepiva una speciale attenzione da parte sua, si sentiva destinatario di una premura, che non nasceva da un senso del dovere ma da un cuore che sapeva amare.

Tuttavia credo che l’aspetto che più mi affascinava di Marco era la capacità e caparbietà che metteva nel camminare davanti. Nella mia lunga amicizia con lui, l’ho sempre percepito tre passi avanti a me. Non lontano, perché non rischiassi di perderlo di vista. Giusto qualche metro avanti. Così risultava più semplice mettere i piedi nelle orme che aveva appena lasciato e seguirlo nella vita come fa un fratello con il fratello maggiore. Sono molte le sue orme che i miei piedi hanno calpestato, in tutti questi anni: nella preghiera, nella vita comunitaria, nelle amicizie, nella disciplina interiore, nella vita associativa e nel servizio. Mi rendo conto solo ora quanto sia stato “facile” per me maturare certe scelte quando trovi qualcuno che ti fa da battistrada, che ti spiana la via, che ti indica il cammino e ti ritma il passo.

Con il tempo, ed in particolar modo, nel tempo della malattia, ho compreso che questo suo starmi “tre passi avanti” era solo frutto della sua scelta di rallentare il passo, era un gesto di cura verso di me. Egli, in realtà, stava avanti, molto avanti. La malattia me lo ha fatto ancora di più conoscere come un gigante, come un uomo bello, vero, a tutto tondo e un cristiano di prim’ordine. Nessuno può vivere il momento tragico della propria partenza da questo mondo se non si è “allenato”, per l’intera esistenza, a donare la vita in ogni momento. Nessuno si inventa scalatore, senza aver patito fatica ed allenamento, fallimenti e cadute e senza aver avuto la tenacia di perseverare, di allenare la mente ed il cuore a tenere duro di fronte alle difficoltà. Marco ha vissuto una morte santa perché si è sempre sforzato di vivere una vita santa, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, fatica dopo fatica.

Ora mi sento più solo: ho perduto un amico che camminava fianco a fianco con me, che stava indietro e mi recuperava quando perdevo il passo e che, davanti, sapeva tracciare la strada. Tuttavia questo è il momento di vivere la Fiducia nelle Braccia forti della Vita e nella loro capacità di custodire le nostre vite con affidabile forza.

Nulla va perduto della nostra vita.
Nessun frammento di bontà e di bellezza,
neppure il più piccolo ed insignificante.
Nessuna lacrima e nessun sorriso.
Nessun sacrificio per quanto ignorato…” (Don Michele Dho)

Questo mio articolo è stato pubblicato sulle edizione odierna de Il Cittadino, nell’inserto Dialogo

Vedi anche El füneral d’un pret e solo

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