il “consolo”

“La presa di parola, di fronte alla morte, appare particolarmente ardua, soprattutto quando si pensa di dover incominciare sempre daccapo. Anche in questo campo il registro tradizionale del cordoglio, della condoglianza, della partecipazione al dolore appare particolarmente logoro e inespressivo. Non abbiamo parole per dire la autentica comunione fraterna nella morte. Ed è il registro individuale spesso a prevalere, con tutte le sue fragilità e afasie.

La cultura tradizionale aveva parole e gesti comuni. Il lutto comportava un processo rituale che coinvolgeva necessariamente la comunità dei parenti e dei vicini. Tutte le forme della prossimità – parentale e sociale – erano convocate intorno al defunto e alla sua famiglia. Non ovunque abbiamo perduto questa sapienza. Le forme di vita conservano, spesso molto più in periferia che al centro, questo senso per la comunione che scaturisce da una morte. L’intensificarsi della prossimità proprio sulla soglia della più terribile delle solitudini è fenomeno ricco e complesso. Il ricordo di alcuni funerali nel sud Italia può essere qui di grande utilità.

Al di là della verbalizzazione ostentata della disperazione – con pianti, grida, invocazioni, memorie ad alta voce – non si può trascurare la “strategia sociale” che invade la vita dei parenti prossimi del defunto. La casa è trasformata per “accogliere”. Proprio in occasione di un “abbandono” ci si prepara, ci si apparecchia per l’ospitalità. E tutti coloro che arrivano, da ogni angolo del paese, portano caffè e zucchero, e restano lungo tempo a chiacchierare, nelle stanze vicine a quella dove è vegliato il defunto. Ma anche dopo le esequie e la sepoltura questa “forma sociale del lutto” continua a “non lasciare soli” i più colpiti. Per alcuni giorni il “consolo” è il pranzo che “altri” preparano, portando letteralmente “tutto” da fuori. Non solo i cibi, ma anche le posate, i bicchieri, le bottiglie, le tovaglie, i tovaglioli…Una sorta di “affido” dell’intera famiglia viene assunto dai parenti e dai vicini, che consolano anzitutto con una presenza quasi invasiva, ma confortante e riabilitante. E nel pranzo al ritorno dal cimitero il tema dei discorsi, intenzionalmente, deve essere quello delle “opere e giorni” del defunto, senza censure e senza riserve.”

(tratto da: Andrea Grillo, Seppellire i morti. «Nel mezzo della morte siamo colti dalla vita», ed. EMI)

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