anime inquiete

“Bene, provo a raccontare un’esperienza vissuta dalla mia famiglia dal 1984 al 1990, prima della ‘emergenza’ degli ultimi anni. Abitavamo a Milano, in Via Tadino, nella parrocchia di San Gregorio Magno. Mia moglie Bona venne a sapere dalla Caritas che due studenti iraniani di architettura, dotati di permesso di soggiorno, ma senza soldi, erano stati sfrattati dal collegio universitario e dormivano sulle panchine. Nei giorni precedenti avevamo acquistato, con mutuo, pensando al futuro di un figlio impegnato nel servizio civile, due stanze vicine al nostro appartamento ‘di ringhiera’.

Ci mettemmo un paio di giorni per decidere di arredare alla meglio una stanza e di accoglierli in casa, con ingresso separato e con bagno esterno. La domenica li invitavamo a pranzo e Bona metteva a disposizione la lavatrice. Per il resto, guadagnavano qualche lira, cucendo qualche tappeto e anche cercando di vendere cartoline in corso Buenos Aires. In due o tre anni si laurearono entrambi. Il maggiore riuscì a far giungere a Milano un fratello diciottenne, dato che il clima instaurato da Khomeini era ostile nei confronti di questi giovani, di religione zoroastriana, che avevano sostenuto lo scià di Persia Reza Palhavi. Questo altro giovane si iscrisse a medicina. In sei anni imparò l’italiano e si laureò con lode. Noi, collaborando con il Centro Migranti di padre Zonta di Brescia, riuscimmo a prestargli i soldi necessari per iscriversi alla specializzazione in chirurgia plastica e ricostruttiva.

Ora dirige un reparto ospedaliero a Londra e ci ha restituito quei soldi. Il fratello maggiore è rientrato a Teheran, dove è diventato prorettore di una Università. Il terzo vende tappeti a Seregno. Una loro sorella ha sposato un ingegnere italiano e ha due figli. Noi pensavamo che se un’agenzia avesse potuto fare da mediatrice fra anziani soli, con camere vuote, e giovani immigrati bisognosi di un tetto, si sarebbero risolti molti problemi. Conservo quei pensieri da trent’anni. Perché non riprovarci, ora che siamo in emergenza?” (Luciano Corradini, Emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre)

***

“Il riferimento esplicito è alla “santa inquietudine” a cui più volte ci ha richiamato Francesco. Quell’inquietudine che nasce da una fede che non anestetizza la vita ma, al contrario, la assume in tutta la sua bellezza e ricchezza, e anche nella sua complessità e difficoltà. E che per questo sa misurarsi con le domande, i dubbi, le fatiche della vita, scoprendo proprio dentro di esse la profondità del mistero dell’amore del Signore. Una fede che non può lasciare indifferenti, tiepidi, rassegnati, perché chiede a ciascuno di gettare tutto se stesso nella vita di ogni giorno, nelle relazioni, nel lavoro e nello studio, nella costruzione di una società più umana, nel camminare dentro una Chiesa che vuole bene al proprio tempo. È in questo senso, credo, che don Primo Mazzolari diceva che «le più belle pagine della storia della Chiesa sono state scritte da anime inquiete».” (Matteo Truffelli,presidente nazionale dell’Ac)

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