tra ponti e muri

Quale Europa possiamo sognare se ogni stato chiude le proprie frontiere, alza muri e steccati, si isola in un nazionalistico egoismo e rifiuta ogni umana partecipazione ai drammi altrui?  È davvero desolante assistere alla “messinscena” austriaca al passo del Brennero: un enorme checkpoint dovrebbe vedere la luce nel cuore dell’Europa, un confine “virtuale” che tenterebbe di arginare la disperazione e l’esodo di alcuni rifugiati. Una bella costruzione frutto del genio umano e che nasce sotto la pressione e l’impeto di un sentimento nazionalista che pare abbia conquistato menti e cuori oltralpe. A ben vedere una barriera dal puro valore simbolico dal momento che i chilometri di confine tra Italia ed Austria sono ben maggiori del pure mastodontico posto di controllo del Brennero; proprio a conferma del significato primariamente strumentale di questa operazione.

Ma davvero siamo talmente ingenui da credere che la soluzione alle migrazioni consista nell’elevare muri e confini? E che l’Europa possa ritrarsi verso Nord lasciando che le sue terre meridionali vengano “invase” dalle popolazioni in fuga senza che nulla possa succedere? Mi stupisce come qualcuno ritenga che ci si possa “chiamare fuori” dal dramma che sta capitando a qualche centinaio di chilometri da casa nostra, non solo sopendo la propria coscienza e il proprio senso di umanità, ma pure illudendosi che soluzioni semplicistiche possano risolvere drammi complessi, che affondano le loro radici nella storia millenaria di intere popolazioni.

È inquietante come, dopo aver celebrato solo qualche decina di anni fa il crollo di un muro che divideva l’Europa, come simbolo di un’era di conflitti e divisioni, non si trovi di meglio che erigerne un altro, certo costruito con le più “nobili ragioni” e le “migliori intenzioni”, ma non per questo meno pericoloso ed inutile.

Ciò che mi allarma è l’idea stessa che “scopando i problemi” fuori dalla propria casa essi possa trovare una soluzione; che sia sufficiente chiudere la porta perché il mondo fuori appaia meno minaccioso e pericoloso; che se l’immigrato ed il profugo non li vedi, essi non esistono, il loro dramma non inquieta la tua coscienza e non disturba il tuo sonno…

È proprio vero che chi non conosce la storia è destinato a ripeterla…Se c’è una verità nel processo di globalizzazione che l’occidente ha messo in atto è che oramai viviamo tutti in un villaggio globale, non solo quando questo significa delocalizzazione dei costi e liberalizzazione dei capitali; la globalizzazione ha ormai permeato le nostre vite, ci rende fratelli di uno stesso destino anche quando non lo vogliamo o preferiamo dimenticarlo. Il grido della gente di Aleppo giunge alle nostre stanche orecchie come fossero quello proveniente da Varese: non basta voltare lo sguardo, distrarre la mente o ignorare il lamento.  A nessuno, tristemente, è più concesso l’alibi dell’ignoranza, la giustificazione del “non sapevo”, la scusa di vivere troppo altrove…

Gli europei farebbero bene a fare memoria del loro passato, ripassare la propria storia e valutare attentamente quanto un processo di integrazione saggio e lungimirante ha garantito un futuro di pace a molte generazioni. Credo che, per quanto possa apparire oggi difficile e faticoso, un unico futuro ci appartiene, uno stesso avvenire lega i nostri figli e i figli di coloro che giungono nelle nostre terre: prima ce ne renderemo conto, prima attiveremo accoglienze capaci di generare ponti invece che muri.

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