“credo in te”

Calcinaia, 14 maggio 2016 – «Non è da questi particolari che si giudica un giocatore». Gabriele ha paura e trema come il Nino di De Gregori. Ha appena sbagliato un canestro decisivo. Il pubblico avversario esulta. Il derby sembra ormai perso.

E allora le lacrime. Il pianto silenzioso di un bimbo di nove anni con quel pallone da basket troppo pesante ancora fra le mani e di nuovo da lanciare nella rete: «Esco, grazie. Me ne vado. Lascio tutto. Scusatemi». Ma la storia può cambiare. Il coach ferma il tempo. Entra sul parquet, lo bacia sulla fronte, asciuga il luccicone e sussurra: «Credo in te Gabri. Adesso riprovaci». Lo stadio sparisce, la paura scompare. Il secondo tiro libero è la storia di una vita. Lo sport che sorride.

La gioia, la vittoria, il riscatto. C’è tutto in quel centro. In quella sfera a spicchi che si insacca e consegna la vittoria. E’ il riscatto del bene. E’ una gioia che avremmo voluto vivere: un amico al momento giusto.

Ma non è una favola e neppure un romanzo. E’ la storia dell’allenatore Matteo Bruni e del piccolo Gabriele. Ci troviamo a Pontedera, la città della Vespa a pochi chilometri da Pisa. Qui si gioca la sfida fra Basket Calcinaia e Juve Pontedera.

Sembra nulla ma c’è un mondo intero fra quelle magliette sudate: un derby appassionato, una partita che si gioca punto su punto. Il cronometro scorre e quello sembra l’ultimo istante della vita di ogni atleta. Gabriele prende palla e subisce un colpo a dieci secondi dal gong. Non ci sono dubbi: può andare in lunetta e ha a disposizione due tiri liberi.

Il risultato, in quel momento è di perfetta parità.

Chissà quante parole, chissà quanti pensieri nella testa di un bambino. I compagni che sperano in te. I dispetti degli avversari: «Sbagli, caro mio». Il primo libero va a vuoto e il mondo crolla in una lacrima.

«Ai miei ragazzi – spiega coach Bruni – dico sempre che non devono credere in loro stessi ma che sono io a credere in loro. E proprio questo ho detto a Gabriele». Il piccolo invece di lasciare il campo asciuga il volto. Resta in campo e ci riprova mettendo a segno il punto che vale il sorpasso finale. Sugli spalti qualcuno scatta una foto: la testa piegata in basso di Gabriele e il mister che la tiene fra le mani. Un’immagine che vale più di tanti trattati sullo sport. Qui signori, c’è la vita.

di SAVERIO BARGAGNA – tratto da La Nazione

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