sogno un’Europa…

Riprendendo alcune riflessioni di che cosa ti è successo? e di tra ponti e muri ho scritto questo editoriale per il numero di maggio di LodivecchioMese

“Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? (…) Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”. Questi interrogativi di papa Francesco, risuonano in un consesso europeo quanto mai provato ed in crisi di identità. Più che la paventata invasione di profughi, quello che spaventa e sconcerta è la grave crisi che attraversa il progetto di costruzione europeo: passati i tempi dello slancio verso l’integrazione e l’unità, ogni nazione si sta drammaticamente richiudendo in sé stessa, isolandosi da quella rete di cooperazione che aveva segnato i sui albori, in un labirinto di egoismo e ipocrisie da cui, credo, non sarà semplice uscire.

D’altra parte, quale Europa possiamo sognare se ogni stato chiude le proprie frontiere, alza muri e steccati, si isola in un nazionalistico egoismo e rifiuta ogni umana partecipazione ai drammi altrui? Lo spettacolo che lo stato austriaco sta mostrando sulla vicenda del confine del Brennero ha poco di edificante: abbiamo celebrato la caduta di un muro nel cuore della Germania riunificata come segno della fine di un’epoca di contrapposizioni e tensioni latenti e non troviamo alcuna altra soluzione ai problemi odierni che erigerne uno un poco più a sud, come un simbolo “virtuale” della difesa della propria identità nazionale minacciata.

Trovo sorprendente che dopo tanti secoli di storia italiana ed europea si affermi nuovamente l’idea che la propria identità personale, comunitaria o nazionale debba essere conservata come un pezzo da museo, come un dato statico e fisso che altri potrebbero mettere a repentaglio. Tutto questo rimuovendo e dimenticando il fatto che “le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”.

Se questo è vero per il nostro continente, lo è ancora di più per la penisola italiana: basterebbe aprire qualche libro di storia per rendersi conto che la nostra cultura è nata dalla sintesi singolare ed unica di tutti i popoli che sono passati attraverso la nostra penisola: Greci, Unni, Vandali, Ostrogoti, Longobardi, Bizantini, Arabi, Normanni, Spagnoli, Francesi, Prussiani, Austro-Ungarici, Tedeschi solo per citare i principali…basta camminare per le nostre città e osservare i diversi stili architettonici che caratterizzano i nostri centri storici per comprendere come l’identità italiana si è costruita come una sintesi alta di differenti culture, come un crogiolo di usi e credenze che non hanno mai “espulso” o negato la novità ma l’hanno saputa integrare in una identità che ha davvero una forma plurale e composta.

Talvolta è davvero forte la sensazione che siamo tutti concentrati su un eterno presente, incapaci di cogliere processi e problemi in una prospettiva minimamente storica. Manca quel prezioso esercizio della memoria che è la condizione per costruire un futuro solido e sicuro. “È necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato, ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando”.

Oggi mi pare invece prevalere la tentazione di soluzioni immediate e tutto sommato semplicistiche: ma davvero siamo talmente ingenui da credere che la soluzione alle migrazioni consista nell’elevare muri e confini? E che l’Europa possa ritrarsi verso Nord lasciando che le sue terre meridionali vengano “invase” dalle popolazioni in fuga senza che nulla possa succedere? Penso che se c’è una verità nel processo di globalizzazione attualmente in atto è che oramai viviamo tutti in un villaggio globale, non solo quando questo significa delocalizzazione dei costi e liberalizzazione dei capitali; la globalizzazione ha ormai permeato le nostre vite, ci rende fratelli di uno stesso destino anche quando non lo vogliamo o preferiamo dimenticarlo.  A nessuno, tristemente, è più concesso l’alibi dell’ignoranza, la giustificazione del “non sapevo”, la scusa di vivere troppo altrove…

Dobbiamo riconoscere che “se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. (…) La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. (…) La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione”.

Si, penso che in ballo ci sia il futuro e la felicità dei nostri figli e dei nostri nipoti: possiamo crescerli in un mondo ostile, pericoloso, da cui difendersi rinchiudendosi in una cittadella fortificata, sempre esposta ad incursioni e assedi oppure educarli a vivere in un mondo complesso e plurale, in cui è necessario tenere vive le radici della propria identità come quel tronco vitale da cui possono nascere nuovi germogli e nuovi frutti.

È quanto mai urgente oggi riappropriarci della dimensione del sogno, del progetto, della costruzione sapiente e lungimirante del futuro; è tempo di smettere di costruire “capanne” ed iniziare a progettare “cattedrali”, dimore in cui i nostri figli potranno vivere con sicurezza nei prossimi cento anni; occorre alzare lo sguardo dalle urgenze dell’oggi ed iniziare a immaginare quello che ci piacerebbe essere tra qualche decina di anni. Bisogna alimentare il sogno di un nuovo umanesimo europeo, “«un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia»”. Si! Occorre un sogno, una tensione, una meta per il cammino, un ideale a cui tendere e verso cui orientare le nostre migliori energie

Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa (…) che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. (…) Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. (…) Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia.”

(Le citazioni in grassetto sono tratte dal Discorso di Papa Francesco in occasione del conferimento del premio Carlo Magno, Venerdì, 6 maggio 2016)

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