brexit

La cosa che mi ha particolarmente colpito del voto inglese, che ha sancito l’uscita dall’Unione Europea, è stata la sua forte connotazione “sociale”: non è stato un voto trasversale, distribuito equamente tra le diverse classi sociali, bensì un pronunciamento “socialmente radicato”, con una base sociale di riferimento chiara e definita. Hanno votato per il “remain” la fascia più giovane e dinamica della popolazione, quella con un titolo di studio superiore e più propensa a confrontarsi in un contesto internazionale competitivo. I fautori del “leave” invece sono prevalentemente provenienti dalle classi più povere e meno istruite, dalla fascia più anziana della popolazione, più esposta alla paura della immigrazione, della povertà e della sicurezza.

In fondo, a ben pensarci, coloro che avrebbero preferito rimanere nella Unione sono le persone che hanno tratto maggiore vantaggio da un processo “aggressivo” di globalizzazione, in qualche modo coloro che, per formazione, preparazione e possibilità, erano più pronti ad affrontare una sfida globale particolarmente aspra e cruenta. Chi ha preferito chiudersi in un nostalgico nazionalismo invece si è sentito particolarmente vulnerabile ai grandi fenomeni che stanno attraversando il nostro tempo: l’immigrazione incontrollata che genera un senso di invasione, la precarietà del posto di lavoro, la riduzione delle politiche sociali che alimenta insicurezza e preoccupazione per il futuro…

La sensazione che ho avuto è che la scelta di lasciare l’Europa fosse più dettata da una forte percezione di paura e di protesta per le cose che non vanno, più che una chiara e consapevole opzione per il futuro: quando il futuro resta incerto e l’oggi pare precario, ogni cambiamento può suonare allettante, soprattutto se la promessa è quella di una difesa della propria terra contro le minacce esterne.

L’Europa è quindi apparsa come una comunità incapace di tutelare e proteggere i suoi figli più deboli; un agone nel quale i forti potevano diventare ancora più forti mentre ai deboli non restava che accontentarsi di quanto cade cadeva dalla tavola dei ricchi… una versione riaggiornata della parabola di Lazzaro ed il ricco epulone…

Viviamo in un mondo davvero complesso, incerto, continuamente in cambiamento: tutto questo suscita nelle persone, soprattutto se meno “attrezzate”, una percezione di smarrimento, di precarietà, di volatilità. Ci sentiamo tutti insicuri, minacciati dal “domani”, malfermi nel presente; ogni possibile avversità può farci perdere quel poco di sicurezza che ci siamo guadagnati.

Avvertiamo tutti un forte bisogno di appartenenza ad una comunità che costituisca un’àncora ed una protezione, una difesa ed una tutela. Questo vale per la nostra piccola comunità locale, per quella nazionale e per il più ampio consesso internazionale. All’Europa è chiesto di intercettare questo bisogno diffuso e condiviso dei suoi cittadini per far sì che il Vecchio Continente ritorni quella casa ospitale e pacificata che i padri fondatori avevano sognato.

“Questa «famiglia di popoli», lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità»”. (Francesco)

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