L’amico che non c’è

L’amicizia diviene stabile e matura quando regge il sentimento dell’assenza, anzi quando sa nutrirsi dell’assenza per alimentare il legame. Quando un’amicizia è giovane e ancora fragile, sentiamo il bisogno della presenza dell’altro: questo ci rassicura circa la serietà del nostro rapporto e ci conferma che l’altro è “con” noi e “per” noi.

Quando il tempo passa e il legame si rafforza, contemporaneamente diminuisce questa esigenza, questo bisogno di un contatto fisico e frequente. Impariamo a custodire l’altro nel nostro cuore, pensiamo a lui e questo ci basta a suggellare il vincolo che reciprocamente ci lega.

Giungiamo così ad un punto in cui la presenza dell’amico si realizza e si attua nella sua assenza. Sembra un paradosso ma è così: l’altro si rende presente proprio nel suo “non esserci”, nel senso di mancanza che proviamo. Ha dello straordinario: l’assenza dell’amico diviene il luogo in cui l’amicizia si costruisce e si rafforza;  il suo “non esserci” ce lo rende intimo e caro, proprio in quanto “non è lì”, in quanto lontano e assente.

Forse è un po’ il destino di ogni legame profondo e vitale: sapersi nutrire dell’altro nella indisponibilità della sua presenza; fare dell’assenza il luogo in cui ogni rapporto è saldamente custodito e generosamente nutrito.

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