precarietà

“Sì, l’età secolare ricorda soprattutto che il Dio dei cristiani desidera entrare ed essere presente nella storia dell’umanità in modo precario. Ricordiamo la relazione tra prex (preghiera), precari (pregare) e precarius (precario), che alla lettera significa ciò che si ottiene con la preghiera. La presenza di Dio nel mondo è precaria perché è l’esito del precari della Chiesa.

Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), che insieme a Friedrich Gogarten (1887-1967) è stato l’esponente di spicco della teologia della secolarizzazione, nella lettera dal carcere di Tegel, datata 16 luglio 1944, scrive: «Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente, in Matteo, 8, 17, che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza». Per Bonhoeffer «la maggiore età del mondo», che noi chiamiamo l’età secolare, è il risultato di una logica interna alla fede che fa piazza pulita di ogni falsa immagine di Dio.

Per questo, è una capacità che gli viene da Dio stesso quella grazie alla quale, «l’uomo ha imparato a bastare a se stesso in tutte le questioni importanti senza l’ausilio dell’ipotesi di lavoro Dio», grazie alla scienza, la tecnica e la medicina. Dio non è più né necessario, né indispensabile all’uomo e alla donna contemporanei, ed è questa la vera immagine cristiana di Dio, la sua debolezza, la sua fragilità. Nell’età secolare l’uomo conosce il vero Nome di Dio che in Gesù Cristo si è rivelato come servo sofferente: la sua kénosi (ndr: abbassamento, spoliazione) ha rivelato la sua divinità.

Assumere la debolezza e la sofferenza di Dio nel mondo, vale a dire l’autonomia dal mondo, è la condizione e, al tempo stesso, la vocazione del cristiano oggi. In questo modo l’età secolare libera il cristiano «da una falsa immagine di Dio, apre lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza».”

Celebrare da cristiani nell’età secolare di Goffredo Boselli in “L’Osservatore Romano” del 19 agosto 2016.

Leggi QUI l’articolo completo.

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