tristezza

Vi è una dannata tristezza che impregna le nostre giornate, che soffoca le nostre ore, che toglie l’ossigeno ai momenti e rende asfittiche le esperienze. Essa ti assale come un’ombra che gradualmente ti copre quando il sole tramonta. La vedi giungere da lontano, arriva ai tuoi piedi, sale le gambe ed oscura tutta la tua persona. Proprio come un’ombra questa tristezza non ha volto, non ha ragioni, non possiede una origine ben definita: essa giunge bugiarda ed apparentemente inoffensiva, come una ordinaria variazione dell’umore, un succedersi ingenuo di mestizia ed insoddisfazione. Purtroppo però trova una dimora fissa nella tua esistenza: ti aspettavi fosse un ospite per una notte ma in realtà fatichi a cacciarla dalla tua casa. Assomiglia a quell’odore di stantio che alberga negli armadi in cantina: nonostante ti sforzi di arieggiare, essi permangono come un ricordo di vecchio, di passato e di ammuffito.

Essa getta la sua cupe coltre sulle nostre anime, riversando il suo amaro distillato nei nostri sentimenti. Non è un veleno mortale, una pozione che giunge mortifera al nostro organismo. Essa inquina il nostro spirito con leggera e pacifica determinazione, goccia dopo goccia, istante dopo istante. È così che ti ritrovi corrotto dal suo perfido fluido senza che te ne accorgi: un a lenta eutanasia dello stupore. Si, perché i suoi pericolosi effetti non li noti prima di tutto dalla spinta verso il basso che viene inferta alla tua vita; bensì dalla sua capacità di placare gli slanci verso l’alto, di sopire gli entusiasmi, di annacquare i progetti, di spegnere le voglie e così di accorciare il futuro. Il domani perde la sua dimensione di “opportunità”, cessa di essere “possibilità” per diventare banale monotonia, ripetizione, noia.  È come se la linea dell’orizzonte si raggrinzisse, riducesse il suo diametro, come un cappio che lentamente ti si stringe alla gola.

Non è semplice uscire da questo labirinto dell’anima: non servono bei discorsi ed argomentazioni argute; non basta un appello alla buona volontà e al senso profondo delle cose. L’unico cerino che puoi accendere in questa oscurità è la scintilla dei sensi: un tocco delicato, uno sguardo consolante, un invito dolce.

La rinascita riparte solo dalla pelle, dalla percezione di stimoli esterni significativi, che interpellano ed incuriosiscono. Occorre riattivare quella curiosità ed interesse per la vita che giace anestetizzato sotto i nostri sensi.

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