saper separare

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di LodiVecchioMese:

 

Un uomo saggio ed acuto una volta mi fece notare che la prima tentazione di Adamo ed Eva nel giardino terrestre non fu il mangiare l’albero del bene e del male ma l’insinuazione di una insidiosa semplificazione. Infatti come ci racconta il libro di Genesi “Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: «Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: «Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete»».” Il serpente istiga ad una illecita semplificazione: tutti gli alberi sono proibiti. I primi uomini sanno fuggire da questo ingiusto giudizio ed introducono nel discorso una corretta “differenziazione”: solo dell’albero che sta al centro del giardino non possiamo mangiare. Essi rifiutano la confusione proposta dal serpente e sanno applicarsi nell’arte del discernimento.

Quanto è attuale questo racconto! Quanto davvero esso esprime ciò che, stando alle origini, è presente in ogni spazio ed in ogni tempo! Quanto oggi è ancora viva la tentazione a semplificare, ad annullare le differenze, a non fare i necessari distinguo, a mettere tutto sullo stesso piano.

In fondo la parola ragione (che deriva dalla parola ratio, parte, da cui calcolo, misura, conto) nasce proprio dalla capacità tipica dell’uomo di dividere, analizzare, separare, discernere nel tutto le singole parti.

Senza andare troppo lontano dal racconto di Genesi ma arretrando solo di qualche capitolo, ci viene ricordato che la stessa opera della creazione si concretizzò in una serie di atti capaci di generare separazione ed identità: “In principio Dio creò il cielo e la terra. (…) Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. (…) Dio disse: “Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. (…) Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie“. E così avvenne. Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte (…)”. E così avvenne.” E si potrebbe continuare…

La creazione, secondo l’autore sacro, fu di fatto una attività di separazione ed individualizzazione: dal caos nasce il cosmo, ossia un mondo ordinato, perché qualcuno, in questo caso Qualcuno, sa attivare un processo di differenziazione, di specializzazione…parrebbe quasi che il mondo nasca perché qualcuno sa usare la ragione, ossia la capacità di separare ed identificare.

Non è molto diverso per la nostra realtà: il nostro mondo emerge dal marasma delle sensazioni e delle percezioni perché, usando la ragione, siamo capaci di identificare le differenze, di cogliere le parti del tutto e, nominandole, riconosciamo ed onoriamo la loro identità ed autonomia. In fondo questa capacità squisitamente umana ci permette di districarci nella complessità del reale, di sopravvivere nella giungla degli accadimenti e delle esperienze. Vale anche nella nostra piccola e povera esperienza di tutti i giorni: è sempre alta la tentazione di generalizzare, di “fare di tutta un’erba un fascio”, di cadere in stereotipi che ci risparmiano la fatica di dividere, di separare, di capire. È così, ad esempio, che nasce la convinzione che “i politici sono tutti ladri”, “gli immigrati sono tutti approfittatori” e volendo ciascuno può aggiungere la propria lista personale. Quando sospendiamo l’attitudine al discernimento e cadiamo nella tentazione della generalizzazione rifiutiamo di accogliere e riconoscere la ricchezza del mondo, di ammirare i mille colori di cui è fatta la realtà; è come se mettessimo degli occhiali che ci fanno vedere tutto in bianco e nero, rimuovendo le infinite tonalità e le meravigliose sfumature.

Quando a tavola assaggiamo un buon piatto siamo gratificati dal gustare le tante variazioni di salato, dolce ed aspro; anzi, più un piatto è raffinato, più ampia è la gamma di sapori che esso regala. Ci piacciono i retrogusti, le dorature, l’odore di spezie rare, le piccole variazioni sul tema, gli accostamenti irrituali di sapori opposti. Il palato gode della ricchezza del cibo che assaporiamo, si delizia della complessità di cui è portatore.

È affascinate pensare che la realtà offre la stessa copiosa varietà non solo a tutti gli altri sensi ma anche al senso della nostra vita: solo la nostra capacità di vagliare le cose, di assaporare dettagli e sfumature ci regala la gioia di un mondo di fronte a noi sorprendente e multiforme.

 

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