la felicità dei figli

“Ogni genitore desidera che i suoi figli siano felici. Ci danniamo per fornire loro gli strumenti per ottenerla, la felicità, intimamente convinti che esistano percorsi ben precisi, senza i quali sarà tutto più difficile. Viviamo schiavi di quest’idea che la felicità sia una meta da raggiungere, non un luogo da abitare, e se devi arrivare in un posto ciò che conta è avere i mezzi per conseguire il risultato prima possibile. In sicurezza. Perciò ecco, dopo la fondamentale educazione scolastica: i mille impegni di cui infarciamo le loro giornate per avvantaggiarli, l’agonismo sportivo caldeggiato, a volte, da genitori che sembrano quasi dover lenire le proprie frustrazioni giovanili, le attività alle quali li iscriviamo ormai di default, perché le fanno tutti, con la preoccupazione che non restino tagliati fuori, lo smartphone a dieci anni per sapere sempre dove sono e poterli seguire di continuo, l’auspicio delle frequentazioni giuste, tutto ciò che ci illude di fornire ai figli un’assicurazione sul futuro, di favorire l’individuazione il più precoce possibile di una via. Di poterla, quella via, indirizzare e controllare. “Per il loro bene”, ci diciamo. Una frenesia imposta che trasforma sempre più l’infanzia in un lavoro, riducendo al minimo un elemento indispensabile per una crescita serena: il diritto all’autodeterminazione.

Un bell’insegnamento a tal proposito ci arriva dal fotografo Alain Laboile. Laboile è padre di sei figli, da qualche anno documenta il tempo passato in aperta campagna nel sud della Francia, assieme a loro, raccogliendo i suoi scatti nell’album La Famille. Da quando questo album è stato reso pubblico sul web, migliaia di persone attendono ogni giorno nuove immagini di questa tribù francese che sembra vivere in un universo parallelo rispetto al nostro. In quel mondo, i figli di Laboile vengono ripresi mentre giocano a cielo aperto fra boschi, stagni, rotolandosi in mezzo al fango, a stretto contatto con animali e con una materia accogliente e primigenia: la terra. Che appare qui metafora di ciò che terrorizza ogni genitore: lo sporco, le sbucciature, le incognite, le cadute. I rischi.

A guardarle, queste foto, a scrutare gli sguardi di questi bambini si scopre una bellezza potente: quella della pura gioia. Sembrano dirci che la felicità non è tanto un luogo, ma un tempo, e che quel tempo dovremmo difenderlo. Viene da chiedersi se non stiamo sbagliando, almeno in parte, affannandoci a fornire continuamente strumenti invece di investire sulla presenza – non sull’ ingombranza – cercando di proteggere i nostri figli dal contatto diretto col mondo, limando libertà e spazi oggi nell’illusione che questo potrà consentir loro di riprenderseli un domani. Queste immagini raccontano che la felicità che cerchiamo per i figli si annida, forse, soprattutto nella possibilità di abitare l’adesso, nel respirare, nello sperimentare autonomie, anche corporee, che passano attraverso la libertà e la fiducia. Questo ci suggerisce che il compito degli adulti dovrebbe essere, talvolta, anche quello di sapersi togliere di mezzo, perché gli strumenti per la loro gioia i bambini sanno sceglierseli da soli. E che forse siamo noi, col nostro terrore che non siano sufficientemente armati e protetti, con le nostre aspettative, che li teniamo a volte troppo lontani dal nucleo incandescente della vita.

La loro, che non è la nostra.”

Matteo Bussola su Repubblica (vedi QUI)

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