è tempo di dire grazie

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Ottobre di LodiVecchioMese

Ogni anno ottobre è tempo di sagra, tempo di ringraziamento.

La lingua italiana purtroppo ci aiuta poco a cogliere connessioni e riferimenti del verbo ringraziare; fortunatamente ci vengono incontro le lingue straniere. Già alcuni grandi pensatori avevano evidenziato la “vicinanza” in tedesco tra il verbo danken-pensare ed il verbo denken-ringraziare (Heiddeger arriva addirittura a scrivere che danken ist denken, ossia, pensare è ringraziare). In modo analogo la lingua inglese: to think e to thank hanno delle notevoli similitudini, paiono quasi nati dallo stesso concetto, dalla stessa azione umana. È suggestiva questa “fraternità semantica” tra il pensare ed il ringraziare, tra l’atto del pensiero e quello del ringraziamento. Pare quasi alludere al fatto che l’attività del pensare, del ragionare, del giudicare abbiano una intrinseca tonalità riconoscente e benedicente; pensare il mondo è un po’ come ringraziare per esso; pensarlo richiede un atto di gratitudine.

A ben vedere c’è un fondo di verità in questa intuizione: il pensiero, il nostro giudizio, il modo in cui guardiamo alle cose, non crea la realtà davanti a noi; non è la nostra testa che la genera. Essa ci si presenta sempre come qualcosa che ci precede, come qualcosa che è già data, che ci anticipa. Le cose del mondo sono sempre pre-esistenti alla nostra volontà ed al nostro giudizio. Apro gli occhi e scopro davanti a me un mondo che è lì, prima che io possa dire alcunché; anzi questo mondo è sempre eccedente rispetto alla mia capacità di sperimentarlo e di comprenderlo. Forse da questa impressione originaria nasce l’esperienza del ringraziare: quando scopro la realtà che mi sta di fronte, la colgo come qualcosa di già presente e quindi come qualcosa per la quale occorre dire grazie.

Vi è una seconda allusione implicitamente connessa con il verbo ringraziare: esso introduce, delicatamente e timidamente, un tono di asimmetria. Dire grazie richiede il riconoscimento di una reciprocità che è stata rotta: quando ti dico grazie (ed il mio grazie non è di circostanza) sto ammettendo che io e te non siamo sullo stesso piano, ma che vi è uno che ha donato ed uno che ha ricevuto e che colui che ringrazia si trova nella posizione di una “imbarazzante” passività. Ringraziare non appartiene ai rapporti commerciali, nei quali uno scambia qualcosa in cambio di qualcosa d’altro; non appartiene nemmeno a tutti quella serie di rapporti interessati per cui ogni azione è fatta in funzione di una azione di ricambio; quelle azioni sulle quelli la bilancia della giustizia domina come regola incontrastata. Quando diciamo la parola “grazie” entriamo su un altro terreno, quello talmente inclinato che l’acqua scorre solo in una direzione, dall’alto al basso. Eh sì, la parola “grazie” è contenuta nel dizionario della riconoscenza, in quello strano libro in cui i conti non tornano mai, secondo il quale vince solo chi perde, o meglio chi dona.

Ringraziare ci pone in quella antipaticissima condizione di essere “in debito” con qualcuno: questo fatto ci disturba perché ci fa sentire dipendenti da qualcun altro, minaccia il nostro senso di autonomia ed autosufficienza. È poi una cosa socialmente poco meritoria: in una società che fa dell’utile e dello scambio equo il suo punto di forza, è chiaro che la parola grazie diventa qualcosa di sovversivo, di rivoluzionario, quasi di scabroso. D’altra parte, se osserviamo con attenzione le cose importanti della nostra vita, ci accorgiamo come esse ci abbiamo sempre condotto a dire un “grazie”: quando abbiamo incontrato la persona che amiamo, quando ci è nato un figlio, quando l’amicizia ci ha riempito il cuore, quando la natura ci ha mostrato il suo volto maestoso e ineffabile… ecco allora forse è nato sulle nostre labbra la parola “grazie”… come a suggello di un dono immeritato che ci era stato fatto.

E, ciononostante, l’essere in debito conserva in sé una possibilità esplosiva: la riconoscenza genera legami! Quando ti dico grazie, ed in qualche modo esprimo a parole il mio senso di debito nei tuoi confronti, ho attivato un legame con te, mi sento vincolato verso la tua persona, ho così instaurato una relazione. Dalla riconoscenza nasce un legame… Penso che se sapessimo superare un po’ più spesso questo nostro malsano senso di indipendenza per coglierci radicati in una rete di rapporti che ci generano e ci sostengono, forse la parola” grazie” uscirebbe un po’ più spesso dalla nostra bocca, come celebrazione di quanto la Vita continuamente ci dona.

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