la pazienza è divina

Avendo a che fare con una figlia adolescente e con alcuni giovani, mi ritrovo, in questo ultimo periodo, a pensare sempre più frequentemente al padre della parabola raccontato da Luca al capitolo 15 (quella nota come “il figliol prodigo”). Penso spesso al momento in cui, una volta richiesto della sua parte di eredità, il padre lascia andare il figlio minore, senza alcuna certezza che esso farà nuovo ritorno alla casa paterna.

Penso al cuore spezzato di quel uomo, che dopo aver cresciuto con amore un figlio, si sente dire “per me tu sei morto”, “mi allontano da te per riavere la mia vita”. Ma penso soprattutto alla fiducia dell’anziano padre, che attende il ritorno (solo desiderato) del figlio, senza alcuna garanzia di successo, contando solo sul fatto che l’amore che ha donato, come un seme, prima o poi germoglierà.

Mi ritrovo a pensare a questa dialettica di libertà: la libertà di andare e la libertà di lasciare andare. Ad una libertà che può essere promossa, talora, solo correndo il rischio di perderla; che la si può riavere dopo solo dopo aver seriamente rischiato di smarrirla. Penso alla fiducia del padre, di quello della parabola, e dei tanti padri e madri, in carne ed ossa, ai quali non resta alternativa che vivere nella fiducia che il ritorno a casa, prima o poi, avverrà; che ci sarà una riconciliazione possibile, una riappacificazione auspicata.

È il tempo della pazienza, quell’arte difficile e logorante che richiede energia e coraggio. È il tempo in cui si cammina al buio, nella fiducia che, in qualche momento, prima o poi, terminerà la notte. È un tempo senza garanzie, senza rete di salvataggio, senza piano B, senza uscite di emergenza.

Sono faticosi questi momenti, ti lacerano dentro; vedi tuo figlio andarsene e non puoi fare altro che sederti, respirare profondamente e pazientare affinché faccia il suo percorso. Non puoi impedirgli di prendere la sua strada, non puoi sempre proteggerlo da tutto. Sono attimi in cui percepisci una dolorosissima impotenza di fronte alla sovrana libertà dell’altro. È un tempo duro quello dell’attesa: permetti all’altro di “essere” secondo la propria logica e i propri piani.

In questo momento mi rendo conto del perché la scrittura ama attribuire a Dio l’aggettivo di Paziente: la pazienza è davvero “una cosa da Dio”, che stona con la nostra famelica voracità. Solo chi è assolutamente onnipotente può esercitarsi in quella esperienza faticosa e destabilizzante che è la pazienza. La pazienza è propria di chi, pur potendo essere tutto, sceglie di ritrarsi perché anche gli altri possa essere a modo loro. La pazienza è di chi continua a scommettere sulla bontà dell’altro anche quando le apparenze suggeriscono tutt’altro.

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