cantus firmus

Una sera il presidente Obama e sua moglie Michelle decidono di cenare in un ristorante non troppo lussuoso, tanto per cambiare un po’. Mentre mangiano, il proprietario del ristorante si avvicina al loro tavolo e chiede ai servizi segreti se può salutare la moglie del presidente. Quando si allontana, dopo aver conversato con la First Lady, Obama chiede a Michelle, “perché ha voluto parlarti?”. Michelle gli spiega che, quando erano giovani, l’uomo era molto innamorato di lei per molto molto tempo. “Ah, risponde Obama, ciò significa che se avessi sposato lui, ora saresti la proprietaria di questo ristorante?” Michelle gli risponde: “No tesoro, se lo avessi sposato, lui sarebbe il presidente degli Stati Uniti

Ieri un caro amico mi ha girato questa divertente storiella che riguarda la coppia presidenziale americana. Devo confessare che mi ha fatto riflettere: al di là della battuta sagace, credo che abbia colto qualcosa di importante della mia storia. Penso che anch’io senza Simona non sarei quello che sono. Sono persuaso che, come per Obama, sia la sua presenza che ha plasmato la mia identità, la mia forza e il mio carattere.

Se guardo con un po’ di obiettività alla mia vita, non posso negare che qualcosa (tanto o poco non saprei dirlo) ho costruito: una famiglia, una professione, una cultura, molti interessi, tantissime relazioni. Invecchiando, poi, emerge con più consapevolezza il senso del cammino, la direzione di marcia, lo stile del mio e del nostro vivere.

Tuttavia più passa il tempo, più mi convinco che Simona sia stata la vera anima di tutto questo, quel “nucleo incandescente” (come mi piace chiamarlo) che ha reso possibile questa storia. Certo, alcune cose le abbiamo costruite insieme: penso ai nostri due meravigliosi figli, allo stile della nostra vita, alla qualità del nostro legame, alle amicizie che viviamo insieme.

Ma Simona è stata determinante anche in quelle cose che apparentemente riguardavano solo me stesso. Mi viene in mente un’immagine che ha usato una volta Tonino Bello (ripresa a suo volta da Bonhoeffer), quella del “cantus firmus

Nella pratica della polifonia, è chiamato cantus firmus (canto fermo) la melodia che veniva eseguita da una voce lungo tutta la composizione e costituiva la base per il gioco contrappuntistico delle altre voci. Una sorte di “base musicale” del canto. Notava don Tonino: “Gli applausi, dopo il concerto, non se li prende chi ha eseguito la base musicale. Se li prende chi ha cantato a scena aperta. Ma quanta soddisfazione in chi ha permesso, senza protagonismi da copertina, l’esecuzione intonata degli altri e la riuscita complessiva del concerto”

Sì, è così. Talvolta ho preso applausi (molte volte pure delle steccate) ma Simona è stata quel cantus firmus che ha sostenuto la melodia. Lei ha interpretato quella base musicale che, senza esporsi troppo sul palcoscenico, permette agli altri di cantare e ricevere apprezzamenti e buone recensioni. Simona è stato quel baricentro che permette di tenere in equilibrio la mia vita e quella dei miei figli. E’, per usare un’immagine architettonica, quella “pietra angolare” che, posta all’angolo della casa, dove le tre pareti si incrociano, sostiene l’edificio ed impedisce pericolose rotazioni.

Certo la pietra angolare è soggetta a pressione intense su tutte e tre le direzioni; la sua solidità coincide con quella della casa. Penso che sia un po’ quello che succede a lei: la sua posizione nascosta, ma fondamentale, la espone a violenti scossoni, su di lei riverberano vibrazioni e spinte divergenti; a lei spetta compensare pressioni e tensioni intense, mie e dei miei figli adolescenti.

E tuttavia, come ogni pietra angolare, Simona resta fedele alla sua posizione. E, così facendo, permette che le nostre costruzioni, familiari e personali, sorgano armoniche e ben compatte. È facile dimenticarsi delle fondamenta della nostra casa; più facile ammirare balconi e tetti.

Mi piacerebbe ricordarle più spesso che senza di lei rischieremmo di essere tutti un cumulo di pietre informi e tristi.

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