quella maledetta invidia

Odio il sentimento dell’invidia, sia quando esso mi trova, ahimè, protagonista, sia quando ne sono vittima. I rapporti segnati dall’invidia non sono mai pacifici e liberi, ma sempre lacerati dal sospetto e dalla malizia. Quando percepisci attorno a te un diffuso senso di invidia, ti senti quasi schiacciato, soffocato; nasce una dinamica inconscia di difesa, di finzione e di assenza di sincerità.

È triste l’invidia perché ti porta a ritenere che qualcuno abbia ricevuto qualcosa che ti aspettava, pensi di aver subito un torto, in quanto la vita ha dato ad altri quanto spettava a te. Come quelle finestre smerigliate, essa ti impedisce di vedere il bene che è nella vita dell’altro, modifica la tua percezione delle cose e ti insinua quel senso fastidioso di rivalità, di aggressività e di competizione. Il bene dell’altro ti diventa insopportabile, non tolleri che delle cose positive gli stiano accadendo, perché dovresti essere tu al suo posto.

Ti accorgi del sopraggiungere di questo amaro sentimento, sia che tu ne sia protagonista o vittima, perché fa capolino sempre quella battuta acida, gettata là, quasi ingenuamente, un po’ sottotraccia, in realtà animata e mossa da molto rancore. Non riesci a trattenere quella parola fuori posto, anzi speri che, nonostante il tuo dissimulato sorriso, essa possa raggiungere corrosiva il cuore dell’altro, per ferirlo, per farlo sentire a disagio, come a trasmettere, un po’ inconsciamente, il tuo malessere.

Poi sono quelle occhiate di sottecchi, con fare bramoso ed insoddisfatto, che tradiscono, più di mille parole, i veri sentimenti che agitano il tuo cuore; lo sguardo invidioso ha sempre quel carattere innocuo e distratto, ma che in realtà è pungente e penetrante, sempre vorace ed insaziabile.

Ma perché questo cupo sentimento agita così spesso i nostri cuori? Perché proviamo questo appetito, a motivo del quale il nostro piatto non è mai colmo abbastanza e le nostre voglie sono dirette verso il piatto del nostro vicino?

A volte ho il sospetto che siamo mossi solo da un desiderio di tipo “mimetico”: desideriamo il bene dell’altro solo in forza del suo desiderio verso di esso. È il desiderio dell’altro che rende quell’oggetto desiderabile e bramabile ai nostri occhi. Un po’ come accade ai bambini: è il semplice possesso della macchinina che la rende così attraente; voglio il tuo gioco per il semplice motivo che lo desideri tu.

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