GOOD BYE, MR PRESIDENT!

Questo mio articolo è uscito sul numero di Novembre di LodiVecchioMese

Goodbye Mister President! Dalla lontana pianura lombarda, volevo inviarle i miei saluti, alla fine del suo mandato presidenziale. Mi perdoni, non sono in grado di apprezzare, in modo completo ed oggettivo, quanto ha saputo fare in questi otto anni. Ogni presidenza è sempre un mix complesso di successi e fallimenti, di passi avanti e di regressioni, di traguardi tagliati con le mani alzate e di forature che ti lasciano sul ciglio della strada. Ci sono poi cose note, pubbliche, sbandierate ai quattro venti e cose nascoste, maturate nel segreto dei luoghi del potere, di cui verremo a conoscenza tra qualche decennio, sui libri di storia. Tutto questo mi porta ad esimermi da ogni pretesa di giudizio, lasciando che altri, ben più titolati di me, possano evidenziare luci ed ombre del suo mandato.

Vorrei qui scriverle due righe sullo stile della sua presidenza, sul modo in cui, alla luce di quanto abbiamo appreso dai media, ha esercitato il suo ruolo di “Commander in Chief”. Mi piacerebbe pensare che questo stile corrisponda anche alla sua personalità, al suo modo di essere uomo; ovviamente non ne ho la certezza. So quante persone hanno il compito di gestire la sua comunicazione, di studiare la sua immagine pubblica. So che c’è sempre una “lente deformante” puntata sulla sua persona, a motivo della quale è spesso difficile discriminare quanto c’è di vero da quanto è artefatto. Tuttavia sono persuaso che, per quanto simulato, nello stile di una persona emerga sempre qualcosa di reale; per quanto abituati a recitare, la nostra umanità riaffiora, come atti riflessi, nei gesti, negli sguardi, nei piccoli tic, nelle espressioni del viso, nelle movenze delle mani, nella vivacità degli occhi. Ecco, Mister President, è a questo “presidencial style” che mi piacerebbe dedicare due note.

La sua presidenza è nata sotto il segno di grandi novità: il primo presidente di colore a varcare la soglia della Casa Bianca, uno dei presidenti che hanno maggiormente incarnato la sfida della “nuova frontiera”. Forse dobbiamo tornare indietro all’era dei Kennedy per ritrovare un così fa una così forte passione ideale, una spinta al cambiamento, ad una “rivoluzione dolce” capace di condurre gli Stati Uniti verso nuovi traguardi di progresso. La sua è apparsa una presidenza “idealista”, in cui la dimensione del sogno, del desiderio e della giustizia hanno grandemente connotato il suo ruolo presidenziale. Quindi molti erano anche le attese che le venivano rivolte: c’erano molte aspettative, su vari fronti, dalla giustizia sociale alla soluzione dei conflitti internazionali, dalla cura dell’ambiente ad una politica multilaterale, e si sa, quando le aspettative sono alte, il rischio di deludere è sempre dietro l’angolo.

E tuttavia in questo contesto da New Deal, un ingrediente importante l’ha giocato stile che ha voluto imprimere alla sua presidenza. Le ricordo qui quegli aspetti che mi hanno particolarmente colpito.

Ho sempre colto molto umanità dietro i suoi gesti, i tratti di un uomo che viveva passioni, dolori, soddisfazioni e dispiaceri con aperta sincerità e trasparente immediatezza. Ho visto sorrisi e lacrime sul suo volto e mi sono sembrati i sentimenti di un uomo che sapeva partecipare a quanto la storia srotolava sotto i suoi occhi, scevro da quelle apparenti indifferenze che talvolta si colgono sui volti in taluni politici.

Ho amato anche la semplicità dei suoi gesti, quel modo diretto di parlare, quella irrituale intensità di avvicinare gli altri, che sapeva dare ad ogni gesto protocollare il senso di un “di più” di calore, di vicinanza e di autenticità. Straordinarie, me lo lasci confessare, quei piccoli gesti familiari verso la moglie e le figlie. I più belli sono stati quelli volutamente dissimulati, nascosti per un senso di pudore e che l’impietoso scatto fotografico ha immortalato per sempre: le mani che si sfioravano, la carezza data di sfuggita, un’occhiata furtiva ma intensa mi sono parsi segni di un animo nobile, sensibile e sincero.

Infine mi ha incuriosito lo spiccato senso dell’autoironia che talvolta, rompendo regole e protocolli, ha fatto capolino nelle occasioni pubbliche. Sarà che amo molto chi è capace di ridere di se stesso, chi sa non prendersi troppo sul serio, chi è capace di guardare la vita con sguardo divertito, ma devo confessare che ho apprezzato quel suo modo un po’ buffo e stravagante di approcciare i bambini, le persone che lavoravano con e per lei ed i tanti cittadini “senza titolo” che ha dovuto incontrare.

The best is yet to come” ripeteva in campagna elettorale, “il meglio deve ancora venire”, insieme a quel “Yes, we can” diventato il motto presidenziale. Ecco, è questo che mi piacerebbe che ci lasciasse, non tanto il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, quanto l’uomo Barack Obama, dopo questi otto anni vissuti in prima linea.

“Il meglio deve ancora venire”, sì, è vero Mister President e questo vale per l’America, per l’Unione Europea, per la nostra Italia e per le nostre povere, ma non insignificanti, esistenze. Mi piacerebbe che ci lasciasse questo suo sguardo di speranza sul futuro, quel guardare al domani con fiducia, impegno e determinazione. È l’ambizione e l’orgoglio di chi sa che il domani è nelle nostre mani, sarà frutto del nostro impegno, della nostra passione, soprattutto in questi tempi che facili non sono di sicuro.

Goodbye Mister President and yes, the best is yet to come!

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