quanta rabbia!

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre di LodiVecchioMese

Viviamo un momento in cui la nostra società è attraversata da un’onda intensa e profonda di rabbia. Non è un giudizio morale, ma una semplice constatazione…penso, ad esempio, che la recente campagna elettorale ce ne abbia dato chiara evidenza.

Il corpo sociale è animato da sentimenti accesi di rancore e di insoddisfazione; il dibattito politico, come un buon termometro di quanto gli accade attorno, ne restituisce prontamente la misura. Percepisci, nella discussione pubblica che passa in tv, sui giornali o in internet, una aggressività che stenti a comprendere e a classificare. Ci sono ampie fasce della popolazione che vivono una radicale insoddisfazione per la situazione attuale: sarà colpa della crisi economica, che ha impoverito ampi strati di società; sarà la precarietà, che è diventata la cifra del vivere moderno e che, in quanto tale, destabilizza e rende insicuri chi ha pochi strumenti per affrontarla; sarà la sfida a confrontarsi con un mondo sempre più globalizzato, nel quale la competizione si fa ogni giorno più dura e accesa; sarà quella percezione subdola per cui le sicurezze di prima non ci sono più, ti senti continuamente minacciato, il tuo tenore di vita è ogni giorno messo a rischio, ti senti instabile, insicuro, impaurito e spaventato.

Purtroppo la nostra generazione ha l’ingrato compito di vivere un tempo di “cerniera”, di passaggio, e questi tempi di transizione sono faticosi, incerti ed esposti a mille rischi, Dio solo sa quanto.

La cosa che però sorprende è come la politica, ed i partiti in particolare, abbiamo abdicato al loro tradizionale ruolo di “contenitori” dello scontento e del malessere. Essi hanno sempre saputo convogliare questa rabbia all’interno di un movimento che divenisse utile e propositivo. Sapevano tradurre la forza “distruttiva” dal rancore in una proposta di cambiamento, capace di generare trasformazioni, processi di ridistribuzione della ricchezza e giustizia sociale. Oggi tutto questo non accade ma si coglie anzi l’esaltazione della rabbia fine a se stessa. Percepisci come un incitamento ed una eccitazione generale, che fomenta gli animi ed esaspera gli umori, come se fossimo entrati tutti in un moto collettivo di rabbia autodistruttiva e, talvolta, paranoica. Sì, perché l’esito di tutta questa “incazzatura”, onestamente, ancora non lo si vede. Certo, è evidente l’aspetto catartico di questo sfogo, il gesto di liberazione… ma dopo tutto questo?  quando poi saremmo riusciti a “mandare a quel paese” tutto e tutti, cosa ci resterà tra le mani? Cosa rimarrà quando la disillusione ed il disincanto avranno soppiantato la protesta e la rivolta? Una volta che disprezzo ci sarà sopito, cosa lasceremo ai nostri figli e nipoti? Cosa consegneremo alla prossima generazione, oltre alle nostre frustrazioni, ai nostri umori rancorosi, alle nostre insoddisfazioni ed incertezze esistenziali?

La rabbia è un grande motore di cambiamento e di crescita: è la capacità di reagire di fronte a ciò che cogliamo come ingiusto ed iniquo; è la scelta di dire “non ci sto”, “mi ribello e rifiuto questo stato di cose”. Ma se essa rappresenta il solo orizzonte del nostro agire rischia di tradursi in cecità, in immobilismo, in uno sfogo sterile ed amaro; essa rischia di legarci mani piedi al passato e di precluderci ogni possibilità di futuro.

 

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