Referendum. E poi?

Eccoci! Ci siamo ricascati! Come intrappolati in un labirinto infernale, dopo molto camminare, ci siamo ritrovati al punto di partenza, ancora in cerca di una via d’uscita. Questa nostra povera Italia proprio non ce la fa a darsi un po’ di pace, di equilibrio e di serenità. Impegnati in un gioco dell’oca un po’ logoro siamo capitati sulla casella “torna al via”.

Comunque lo si valuti il risultato di questo referendum, una cosa mi pare palese: siamo riprecipitati in una situazione di stallo, di paralisi, di assenza di soluzioni. Siamo ormai da anni imprigionati in un “vorrei ma non posso”: la via d’uscita ovvia e più semplice è sempre quella meno percorribile; oggi per l’assenza di una legge elettorale, ieri per lo spread ai massimi storici, prima ancora non so per quale diavolo di vincolo internazionale. E così finiamo per ritrovarci nell’ennesima palude, in cui ciascuno può dare sfogo ai propri istinti più umorali, agli interessi meno nobili e ai sotterfugi più biechi.

Mi chiedo se riusciremo prima o poi a terminare questa transizione istituzionale ormai cronica: ogni cambiamento è segno di crescita, di maturazione e di adattamento ai tempi, ma vivere il cambiamento come la condizione ordinaria della vita è qualcosa di patologico; denota una fissazione morbosa, che impedisce al corpo sociale di approdare ad un nuovo stato di convivenza civile. Assomigliamo un po’ a quei giovani che si beano in una perenne adolescenza, senza alcuna voglia di impegno e di assumere scelte definitive e mature. Non sanno decidere quale sarà il loro futuro e così si trascinano, giorno dopo giorno, in una spensierata ed inconcludente gioiosità.

Perché in fondo questo stato di provvisorietà istituzionale fa comodo a molti: questa paralisi permette a ciascuno di conservare il proprio piccolo spazio di influenza, di poter porre veti ed ostacoli. Insomma di continuare a contare qualcosa e di partecipare alla “spartizione della torta”. In fondo è un vizio tutto italiano questo: rendere le cose instabili e precarie affinché a ciascuno sia garantita la possibilità di giocare la propria fiches, di tutelare i propri interessi, di porre condizioni e richieste. La vecchia anima consociativa del Bel Paese emerge, come un riflesso incondizionato, nelle occasioni migliori. Ci spaventa sempre che qualcuno possa decidere e assumersi la responsabilità delle cose. Preferiamo che questa responsabilità venga condivisa tra molti, troppi, attori così, alla fine dei conti, nessuno ne porta realmente il peso.

Purtroppo siamo talmente affezionati alle nostre “cipolle egiziane” che le preferiamo a qualunque manna del deserto: meglio starsene tranquilli in cattività che prendere il cammino verso nuovi traguardi e nuove mete. Questo istinto di conservazione ci trattiene dall’intraprendere sentieri nuovi, per la paura (fondata?) che il domani sia peggio dell’oggi e che il futuro possa peggiorare quanto, con grande insoddisfazione, stiamo vivendo nell’oggi.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre di LodiVecchioMese

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