un mondo altro

Non so se vi è mai capitato di visitare un monastero di clausura: è un posto incredibile, quasi surreale. Ci sono stato settimana scorsa per portare gli auguri di Natale a suor Maria Grazia, monaca del Carmelo di Lodi.

Ti sembra di entrare in un’altra epoca o meglio in un modo senza tempo, quasi in una dimensione parallela a quella che vivi tutti i giorni. Assisti a gesti antichi, ripetuti con fedeltà ed obbedienza, parole desuete che nessuno oggi più utilizza, abiti che potrebbero appartenere ad una qualsiasi epoca storica, tanto è distante la loro moda da quella attuale. Hai la netta sensazione di essere “altrove”, lontano dalla frenesia della vita moderna, lontano dalla civiltà tecnologica, lontano dalla società post-moderna in cui vivi.

Entri in un mondo “altro”, che possiede una propria consistenza, un proprio ritmo e delle proprie regole, che apparentemente stridono con quelli della vita di ciascuno di noi: il tempo pare dilatato, lento, profondo; le parole acquistano un peso differente, assumono spessore e consistenza, l’ascolto si fa sereno e naturale, come una evocazione di silenzi ancestrali. Anche l’arredamento che ti circonda richiama antichi mondi: sobrio, semplice, che tende a scomparire nello spazio, quasi ad incarnare un senso di spoliazione ed essenzialità.

In questo “mondo senza tempo” incontri persone fuori dal comune, gente che ha scelto di vivere una reclusione volontaria, un ritiro dal mondo desiderato e cercato, come la condizione necessaria per una vita felice e completa. Sullo sfondo austero dell’ambiente claustrale colpisce la serena vitalità di queste donne, il senso di serena gioia e di pacato gaudio che promana dai loro volti. Avverti nei loro gesti e nelle loro parole il gusto di una vita piena, riconciliata, riappacificata. Mi sorprende sempre come sia possibile vivere sereni con se stessi e con gli altri rinchiusi in un piccolo spazio.

Penso alla mia smania di fare, ai miei obiettivi da raggiungere, al mio correre da un posto all’altro per poi trovarmi insoddisfatto al punto di partenza. Penso al mio desiderio implacabile di possedere, di valere qualcosa, di essere qualcuno; alla mia ambizione di affermarmi, di emergere e di impormi. E rivedo quelle semplici donne, austere e gioiose, che paiono aver scoperto, al di là dei beni, del successo e del potere, qualcosa per cui valga la pena spendere la vita. Esco sempre “sotto-sopra” dopo aver conversato con loro, interrogandomi interiormente se possiedo pure io, nella mia vita, qualcosa capace di dare il medesimo appagamento.

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