riposo

Se guado indietro alla mia vita, ho come la percezione di periodi fecondi e periodi sterili: ci sono stati anni in cui ho avuto la chiara consapevolezza di essere cresciuto, di aver camminato, di aver fatto cose, realizzato progetti, raggiunto obiettivi e tagliato traguardi.

Altri invece in cui mi è parso di aver combinato poco, di essere rimasto al palo, di aver gestito l’ordinaria amministrazione e di aver conservato l’esistente. È come se, osservando la corsa della mia vita, ci fossero stati periodi veloci, in cui mi sono prodigato per raggiungere la meta e periodi lenti, in cui il ritmo si è fatto calmo e blando.

Sarà vero o è solo una questione di prospettiva, legato al punto di osservazione che tradisce la verità delle cose? Difficile a dirsi…

Tuttavia penso una cosa: in questi freddissimi giorni di inverno mi capita talvolta di fare due passi nella campagna lodigiana. È quasi magico camminare in quella atmosfera rarefatta, in cui i campi giacciono gelati e immobili al tuo fianco, in cui la natura pare ferma, statica, in riposo. Avevo già battuto lo stesso sentiero in estate e lo spettacolo si era presentato sotto tutt’altra forma: la natura appariva rigogliosa, vivace, ricca, dinamica e copiosa… ed ecco invece costatare come tutta quella vita si sia ora addormentata, sia entrata in un lungo letargo, un apparente stato di morte.

Quanto sono simili quei campi agli anni della mia vita! La natura ci istruisce che morte e vita si alternano in una ciclica danza: movimento e stasi, corsa e riposo, dinamismo e tranquillità…Mai l’uno senza l’altro… In fondo, forse, c’è di più: non uno “nonostante” l’altro, ma l’uno “grazie” all’altro.

Il tempo del riposo invernale sono i giorni in cui il campo prepara il futuro raccolto, in cui l’attesa e lo stallo propiziano l’arrivo della primavera. Sono i giorni necessari del sonno e della morte affinché la vita riesploda nuovamente con inatteso vigore e sorprendente meraviglia.

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