quanto costa?

Quando guardo alla mia vita e a quella delle persone che mi vivono accanto, mi accorgo del rischio che corriamo, senza volerlo, di adottare una logica “mercantile” come criterio privilegiato con cui valutiamo le cose e le persone e da cui ci facciamo guidare per fare le scelte per la nostra vita. Siamo talmente assuefatti a misurare ogni circostanza in termini di prezzo, rendimento e utilità che finiamo per considerare ogni realtà come un bene di consumo, ovvero da poter scambiare e trafficare. D’altra parte le sollecitazioni che riceviamo dai media vanno proprio in questa direzione: l’acquisto di beni è propagandato come fonte di riconoscimento sociale e di valore personale. La pubblicità non perde occasione per ricordarci che uno “è” quello che ha o che può acquistare. Più ti puoi permettere di comperare, più aumenta il tuo prestigio sociale.

Finiamo così per vivere la nostra vita chiedendoci troppo spesso “quanto costa”, invece di domandarci “che cosa significa”. In modo un po’ inconsapevole sostituiamo il “senso” delle cose con il loro “prezzo”. Il valore, legato al senso che siamo capaci di attribuire alle cose, resta qualcosa di secondario nel nostro modo di pensare ed un retaggio dei tempi andati, forse lontani ricordi legati alla nostra infanzia. I tempi moderni ci spingono a misurare tutto in termini economici: la felicità (o ciò che ne resta) è misurata in punti di PIL; il valore della nostra dignità dalla cilindrata della nostra macchina; il nostro successo dal numero di cifre sull’estratto conto di fine mese.

Siamo divenuti tutti inconsapevoli veneratori del “dio Mercato”, ossequiato come l’unico idolo che, in questo tempo di passioni tristi, è capace di garantirci la sopravvivenza. Lo adoriamo come un moderno totem, al quale spesso sacrifichiamo legami, tempo, dignità e valore. Dimentichiamo così una cosa che dovrebbe esserci piuttosto ovvia: il mercato, checché che se ne dica, è un prodotto culturale di qualche secolo fa e non una creatura di Madre Natura né tantomeno un dato costitutivo della nostra umanità. Tant’è che l’umanità ha vissuto millenni su questo pianeta seguendo modelli economici differenti.

Sia chiaro: non intendo fare campagne anti-capitalistiche; riconosco i vantaggi del vivere in un sistema di libero mercato. Tuttavia mi piacerebbe che talvolta imparassimo a mettere in discussione, o quantomeno a prendere coscienza, dei paradigmi che assumiamo, un po’ acriticamente, per la nostra vita.

La logica dello scambio diviene nociva quando pervade la nostra vita e costituisce il nostro solo criterio di valutazione. Quando la applichiamo ai nostri rapporti interpersonali, ci destiniamo ad una sicura infelicità. Gli affetti ed i legami si trasformano, in questo modo, solo in una forma di “baratto sociale”, grazie al quale io ti do qualcosa per ricevere dell’altro in cambio.

Lo stesso vale quando siamo tentati di utilizzare con le persone la stessa logica che adottiamo per il frigorifero di casa nostra: quando si rompe, è inutile e dispendioso perdere del tempo per fare manutenzione. È preferibile, e più economico, cambiarlo con uno nuovo, magari sfruttando qualche incentivo statale. E così succede ai nostri rapporti: quelli che si complicano o che ci disturbano  vorremmo sostituirli con altri più gratificanti e felici. Ci ritroviamo così a rimpiazzare le persone come facciamo con le cose, in una voracità che inghiotte tutto e tutti.

La conseguenza è che le nostre vite rischiano di trasformarsi in piccole discariche, dove abbondano quei pezzi della nostra esistenza che abbiamo preferito gettare anziché riparare. Ci ritroviamo così a passare freneticamente, ed un po’ compulsivamente, da un bene all’altro, sperando di calmare quella fame esistenziale che le “cose” non sono capaci di placare.

Che fare? Difficile dirlo… sono tempi duri in cui siamo chiamati ad una resistenza morale ed affettiva… Abbozzo due suggerimenti, senza alcuna pretesa: forse è tempo di tornare a fare gli “artigiani dei nostri legami”, a prendercene cura, a custodirli e curarli, a guarirli ed accomodarli quando traballano, accettando la sfida e la fatica della piccola manutenzione, dell’aggiustamento, e fuggendo la tentazione del risolvere ogni problema semplicemente “passando ad altro”.

E poi sono fiducioso nel valore sanante della gratuità: imparare a fare qualche gesto gratis, senza nulla aspettarsi in cambio, ci educa a guardare la vita con occhi diversi, a godere delle cose, dei rapporti e delle persone, senza secondi fini.

Scopriremmo forse che la bellezza della vita non consiste in ciò che con essa possiamo fare per “arrivare altrove”, bensì nel suo essere qui ed ora. La dinamica del dono è il modo che abbiamo per onorare la sua magnanimità e celebrare la sua copiosa provvidenza.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Gennaio di LodiVecchioMese

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