le tagliatelle del nonno

Uno dei ricordi più dolci che conservo di mio nonno è il suo amore per la cucina, ed in particolare la sua passione per la pasta. Era una cosa ordinaria entrare in casa sua e trovare la pasta sul tavolo, lasciata a seccare: c’erano tagliatelle, pasta per le lasagne, ravioli di varia natura e con diversi ripieni.

Ogni pomeriggio, quando la salute glielo permetteva, passava qualche ora in cucina, ad impastare, stendere e lavorare la pasta, con una cura ed una dedizione davvero sorprendenti. La pasta era quasi diventata il vero termometro del suo benessere e della sua salute: quando la trovavi abbondante sul tavolo, era segno che stava bene e che l’umore era buono; le “settimane senza pasta” erano quelle segnate da qualche disturbo di salute e dall’umore basso.

Cucinare la pasta preparata in casa ed offrirla a pranzo era forse la forma con cui meglio esprimeva il suo affetto e la sua cura per le persone che amava: mio nonno non era solito fare grandi discorsi, e forse la sua cultura contadina non aveva mai abituato a farne, ma lo sguardo che aveva quando ti serviva un piatto di pasta fatto da lui avrebbe potuto riempire intere pagine di parole. C’era molta fierezza in quello sguardo, quella bella consapevolezza di chi sa che sta offrendo qualcosa di buono e speciale ai suoi ospiti; c’era anche molto compiacimento del lavoro che aveva fatto: sapeva che apprezzavamo molto i suoi piatti e noi eravamo consapevoli che i complimenti, rivoltigli dopo la prima forchettata, gli arrivavano diritti al cuore.

Sì, la sua pasta era un canale grazie al quale potevi giungere diretto al suo cuore e ai suoi affetti. Attraverso la cucina egli donava e riceveva affetto. Penso che difficilmente potevi trovare complimento migliore che apprezzare quanto preparava con cura e passione: le parole dette al suo cibo possedevano un potere speciale, avevano la capacità di scaldare il suo cuore, come poco altro al mondo.

Credo che attendesse quelle parole di apprezzamento come un bacio dato sulla fronte; tendeva a dissimulare quanto gli facessero piacere, mostrava un apparente disinteresse per i complimenti ricevuti. Ma sono convinto, in cuor mio, che fossero alcuni dei momenti più belli della sua giornata: sentiva la gioia di sentirsi utile, di aver fatto qualcosa di buono, l’orgoglio di essersi preso cura dei suoi cari, di averli, a modo suo, accuditi, di aver dato loro il meglio di sé e di aver trafficato quei talenti speciali che la Vita gli aveva regalato. Percepiva pure l’amore e la stima che tutti sentivano per lui: dietro quel “buona la pasta, nonno!” si nascondeva molto di più; c’era l’apprezzamento per quello che faceva, la stima per quello che era, la riconoscenza per tutto ciò che, negli anni, ci aveva donato.

Attorno a quella tavola si chiudeva così il circolo degli affetti della nostra famiglia: il gesto del ‘dare’, quello del ‘ricevere’ e quello del ‘ricambiare’ venivano celebrati con sobria abbondanza grazie ad un gustoso piatto di tagliatelle.

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