semplicemente uomini

A volte è più facile di quello che si pensa. Forse è il fatto che si tratta di una cosa “nuova” che ci rende sospettosi e ansiosi. Ma alla prova dei fatti il tutto avviene con maggiore semplicità e naturalezza di quanto ci saremmo aspettati.

Quando Mokhtar, Abraham, Ruhullah, Emmanuel ed Ibrahima hanno varcato la soglia del salone, ho colto un po’ di disagio, sia in loro, cinque ragazzi profughi ospitati in una struttura in paese, sia nei giovani del mio gruppo oratoriano, con i quali avevamo organizzato questa cena di conoscenza e condivisione. D’altra parte cosa possono avere in comune una ventina di giovani, perlopiù universitari, cresciuti nel ricco Occidente, e cinque giovani fuggiti dai loro paesi, da fame e guerra, partiti da Niger, Costa d’Avorio e Pakistan, e giunti, dopo qualche odissea, in Italia? Ci può essere davvero un punto di contatto, quando la lingua, la religione, le tradizioni e le usanze sono così diverse?

Il piatto di pasta è stato l’occasione per le classiche domande di rito: età, professione, provenienza, passioni, interessi etc. E così inizio a scoprire che Mokhtar, avoriano, ha poco più di vent’anni, faceva il meccanico in Africa e parla un italiano stentato ma comprensibile. Emmanuel, di qualche anno più vecchio, viene dal Niger, faceva il piastrellista, come suo connazionale Abraham, e si trova in Italia da circa 6 me mesi. Ruhullah, forse il più giovane del gruppo, sguardo vispo e occhio sveglio, è ventenne, viene dal Pakistan, si occupava di sicurezza (non so esattamente cosa significhi…), parla un buon inglese ed un discreto italiano.

Dietro questi volti, colorati con tonalità assai diverse di marrone, iniziano ad emergere storie, identità, briciole di racconti; emergono soprattutto giovani uomini, un po’ frastornati, scaraventati in un ambiente e in un contesto che non è il loro. E così si sciolgono sorrisi, semplici contatti, gentilezza ricambiate, sguardi d’intesa. Il clima lentamente si scioglie, le difese si abbassano e il mutuo sospetto gradualmente scompare: senti che il tono delle voci diviene più “naturalmente caotico”, il vociare aumenta, i discorsi si sovrappongono e si mischiano, a conferma di un clima più rilassato e familiare.

Ma è il gioco della tombola, che iniziamo dopo il caffè, ad essere il vero volano della serata: sarà che il gioco, come ogni gioco, sa creare complicità ed intesa, ma immediatamente avverti che l’ambiente si stia “scaldando”: i gesti e le parole si fanno più fluide ed immediate ed i sorrisi e le risate stemperano paure e sospetti.

Non so, forse sono un po’ troppo ottimista ed ingenuo, ma penso che, una volta superati differenze e resistenze, pregiudizi e schemi mentali, esista uno spazio nel quale ci possiamo riconoscere “semplicemente uomini”, abitati dalla stessa Vita, fatti della stessa Carne, mossi dagli stessi sentimenti e passioni. Credo che ci sia un luogo, oltre i muri della reciproca indifferenza e sospetto, nel quale percepiamo, sulla nostra pelle, di essere tutti i “figli Adamo”, ossia fatti tutti della “stessa terra” (“adamah” significa “terra” in ebraico), abitanti dello stesso mondo, comparse dello stesso dramma, corresponsabili ciascuno della vita dell’altro.

L’ambizione è che un buon piatto di pasta sia stato per i “miei” e per i “loro” ragazzi l’occasione per sperimentare un barlume di questa fratellanza esistenziale e planetaria, un piccolo momento nel quale la comune umanità è stata capace di rompere muri e creare ponti.

Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Sì, caro fratello Caino, nostro gemello nella vita, tu sei davvero custode di tuo fratello!

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