il vestito di Ruhullah

Ruhullah si è presentato in “alta uniforme”: un vestito tradizionale pakistano, giacca marrone bordata di colore più scuro, pantaloni e camicia neri, ampi, come quelli che ti capita di vedere in televisione. Si è proprio messo a festa per partecipare alla seconda cena che abbiamo fatto in oratorio, tra i giovani ed un numeroso gruppo di ragazzi richiedenti asilo (profughi, nella vulgata comune), che risiedono in paese.

Stavolta l’assortimento era più equilibrato: una quindicina di autoctoni e altrettanti ospiti; e poi perché la provenienza era più varia: infatti ai cinque ragazzi che avevamo già incontrato, si sono aggiunti altri provenienti da Gambia, Guinea ed Afghanistan. Alla fine erano ben sette le nazionalità presenti attorno al tavolo.

L’eleganza di Ruhullah, superato il primo momento di sorpresa e stupore, mi ha fatto riflettere. Credo che, in fondo, abbia ragione lui: ognuno di noi è figlio della propria terra, essa ci appartiene non un solo come un tratto anagrafico, ma, molto di più, come un dato biografico. Forse ciascuno di noi è “di dove è”, come ritorna frequentemente nella narrazione giovannea. Le nostre origini segnano la nostra persona, la nostra identità e il nostro futuro ed è per questo che il gesto di Ruhullah, apparentemente stravagante, esprime qualcosa di essenziale: nessun incontro con gli altri è possibile senza una reale riappropriazione delle proprie origini, della propria terra e della propria identità.

La diffidenza iniziale stavolta è stata facilmente superata grazie alle cinque facce “colorate” che già conoscevamo; forse sono stati loro che hanno propiziato un reciproco accreditamento, quasi a testimoniare che fosse possibile sedersi insieme attorno alla stessa mensa e loro ne aveva già avuto la prova.

Una volta seduti attorno ad una tavola quadrata (anche questi dettagli talvolta fanno la differenza), la cena è cominciata con un momento di silenzio in cui ciascuno ha ringraziato la Vita (appellandola con il nome che la propria tradizione ha insegnato) per il dono del cibo quotidiano e per la presenza di questi strani commensali, che Essa ha messo sul nostro cammino.

Per restare in tema il menù è stato “tipico”: pasta al tonno, cotoletta alla milanese, patatine fritte e pizza. Dolce finale, come si usa nelle grandi occasioni.

E poi la parte più divertente: divisi a gruppi multietnici, ciascuno doveva compilare una carta di identità di un paese, che non fosse il proprio: lingua, bandiera, piatto tipico, capitale, cantante eccetera. Al termine gli originari di quel paese avrebbero fatto da giuria. Il gioco ovviamente era il pretesto per creare interazioni, scambi, comunicazioni e, in fondo, direi che abbia funzionato: tra una parola in italiano, in inglese o in francese, qualche gesto e sguardo d’intesa, le sette carte d’identità hanno visto la luce, con una inaspettata precisione.

Ma non sono stati i cartelloni la parte più bella ed emozionante della serata: sono stati gli sguardi, i sorrisi appena accennati o regalati con generosità al vicino; sono stati i piatti distribuiti e raccolti insieme, le mani che hanno scambiato saluti e contatti.

Il tesoro di ieri sera stava al centro di quella mensa, attorno alla quale popoli diversi hanno condiviso il pane. Il tesoro stava nell’essere lì, tutti insieme, a sfamarsi l’un l’altro, non solo di cibo, ma anche di sguardi, di parole e di tocchi. Il nucleo incandescente della serata pulsava negli occhi “costretti” all’incontro, in quei corpi “misticamente” uniti intorno al banchetto, che evocava un Altrove Reale.

Il pane per cui ringraziare, il pane da accogliere ed il pane da donare ha raccontato più di mille parole; in fondo, ci ha ricordato la straordinaria ricchezza che si cela dietro l’ordinarietà delle cose.

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