paura del vuoto

È da poco finita la cena e stranamente stasera non ci sono televisori accesi… i figli sono impegnati in una lettura (onestamente un po’ obbligata) dei loro libri e la casa si trova in un profondo silenzio. Anche Kira è accasciata silenziosa accanto a Simona per godersi la sua buona dose di coccole quotidiane. Il ticchettio dei tasti sulla tastiera rimbomba in casa quasi fossero delle picconate date al muro… atmosfera davvero surreale…

Dopo il primo senso di spaesamento e di stranezza impari ad apprezzare questa quiete inusuale che abita i tuoi ambienti più familiari. Solo il vociare di qualche passante ed il rumorio del traffico fuori rompono questo stato di grazia.

È strano, perché appena cessano i rumori ed i suoni esterni, uno lentamente riaccende i sensi verso il proprio mondo interno, verso i propri sentimenti ed i propri pensieri. Tutto ciò che il rumorio esterno copre con la sua chiassosa coltre, riemerge non appena si è capaci di sopire quel sottofondo e lasciare che ciascuno posso gustare il suo silenzio… nessuna voce, nessun suono, nessuna provocazione o stimolo uditivo dall’ambiente esterno ma solo vuoto, pace, quiete… che a ben vedere tanto “vuoto” questo tempo non è: i pensieri riaffiorano, come quelle marmotte che in montagna accennano una timida uscita non appena i rumori dei passi e delle voci si placano…

Forse solo qualche decennio fa questa condizione era la quotidiana normalità dei nostri nonni: dopo la cena ci si ritirava attorno al fuoco e le poche parole troncavano quei lunghi spazi vuoti di silenzio… oggi no… ci sentiamo quasi costretti a tenere un sottofondo musicale costante e permanente, una colonna sonora che accompagna ogni singolo tratto della nostra giornata. È ormai comune vedere, anche sul treno e metro, persone che vivono in un mondo plasmato dalla loro cuffiette… un mondo altro, lontano dal qui e dall’ora…

È curiosa questa nostra paura del silenzio, una sorta di horror vacui moderno, il timore di resta soli, senza input, senza stordimento, senza distrazione…Viviamo una sorta di assillo a riempire, colmare, a stipare, a saturare ogni momento con qualcosa, con un pezzo di mondo che ci porti lontano da noi stessi.

Forse temiamo l’incontro, quello più temuto, quello più scomodo e destabilizzante, quello capace di dirci parole sconvenienti e argute, ciniche e acide; forse temiamo quegli occhi che ci fissano con aria allibita e fare interrogativo; forse abbiamo paura di guardare faccia a faccia l’unica persona capace di metterci in crisi seriamente: noi stessi.

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