una tavolozza di colori

Quando parli con Stefano hai come la sensazione di avvicinarti ad una tela ricca di colori: ci trovi macchie di ogni intensità e gradazione; scorgi i colori intensi e vivi della passione, dell’entusiasmo, del coraggio e della determinazione. Altre zone hanno una gradazione più sfumata, quasi colori pastello, quelli della dolcezza, della pacatezza, della curiosità e del rispetto. Se sposti il tuo sguardo sulla tela, non mancano anche i colori neutri del dubbio, dell’incertezza, del tentennamento, dell’indecisione e della paura. Ci sono molti colori su quella tela, così come c’è molta Vita nella sua esistenza: vita giovane ed estroversa, vita che scorre spesso in modo audace e gagliardo, come solo chi ha vent’anni può sperimentare.

Ma è quando fai tre passi indietro ed inizi ad osservare il dipinto con un poco di prospettiva che emerge la vera meraviglia: intravedi, nonostante i contorni ancora indefiniti, l’ombra di un capolavoro che lentamente prende forma; indovini i tratti principali, le figure maggiori, i primi movimenti della scena… certo il tutto è ancora molto embrionale, ma all’occhio esperto non sfugge che quella tavola di colori è gravida di identità e di progettualità.

Non sono colori gettati a caso sulla tela: lentamente intuisci come essi seguono un disegno preciso, come guidati dalla mano di Qualcuno che su quella tela sta dipingendo qualcosa di unico. Il capolavoro prende forma, vede la luce, viene al mondo. È difficile per lui accorgersi di questo spettacolo: è questione di prospettiva, giusta distanza e di esperienza. Ma a chi, come me, lo ammira da una certa lontananza, la cosa non può che emergere con palese chiarezza.

Devo però confessare che il mio sguardo, ormai da tempo, ha perso la neutralità del critico d’arte, che guarda all’opera con distacco ed obiettività; il mio è, ahimè, uno sguardo coinvolto, sentimentale, forse quasi “innamorato”, tipico di quegli appassionati d’arte che vibrano e si accendono di fronte al miracolo del capolavoro e del genio.

Non so… mi chiedo se, forse, è proprio grazie a questa “visione empatica” dell’altro che sono in grado di scorgere in lui, dentro quel puzzle di colori, l’affiorare di un’identità ricca di senso e di futuro.

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