pazienti

Una delle parole chiave di questa fase della mia vita è la parola “pazienza” (leggi anche la pazienza è divina, la prima e l’ultima pioggia, ogni cosa a suo tempo). Credo sia un guadagno dell’età, un regalo del tempo ed un piccolo traguardo raggiunto con la maturità.

Essere pazienti è un’arte difficile di questi tempi, che chiedono, anzi pretendono l’immediata fruizione di tutto: nessuna soddisfazione può essere differita o posticipata; tutto deve essere sperimentato con compulsiva rapidità. La pazienza invece è l’arte dei tempi lunghi, è la capacità di investire sul domani, accettare che le fasi di sviluppo di ogni cosa e di ogni persona richiedono tempi che non sono né definibili a priori né disponibili al nostro controllo.

La pazienza è dire: “capisco che stai camminando e rispetto il tuo passo, attendo i tuoi tempi, onoro la tua lentezza”. Questo vale per le persone ma anche per le situazioni, i progetti ed i problemi. Significa sopire quella fame bramosa che ci fa divorare tutto con famelico appetito e saper spostare la gratificazione e la realizzazione dei nostri desideri ad un domani che riteniamo affidabile e promettente.

Ieri ho scoperto che la pazienza richiede un grande sforzo di ascesi su di sé ed esige la tua disponibilità a “lasciar andare”. L’uomo paziente è l’uomo che sa accettare l’abbandono, la solitudine, non trattiene a sé ma sa gestire il passaggio amaro della separazione. Saper lasciare andare le persone, saper accettare che le esperienze terminano, che i progetti falliscono o si interrompono sono passaggi dolorosi, talvolta laceranti, ma viverli a testa alta ci rende uomini liberi, riconciliati, riappacificati. Questo “lasciar andare” non è mosso da pessimismo o rassegnazione, rabbia o rancore. Credo nasca dalla consapevolezza che la lontananza e la separazione appartengono come elementi vitali e rigeneranti dei nostri rapporti, come opportunità per riattivare situazioni e cammini. È liberante avere la capacità di non aggrapparsi in modo ossessivo alle cose e alle persone, non restare imbrigliati in legami che ci imprigionano e verso i quali proviamo un insano attaccamento.

Resta per me una vetta inarrivabile il racconto di quel Padre, raccontato da Luca al capitolo 15 del suo vangelo, che “sopporta” non solo la partenza inattesa del figlio minore ma anche che il legame con lui si debba dolorosamente interrompere. Tuttavia il Padre non cessa di essere padre ma sa vivere la propria paternità ferita nella pazienza del ritorno del figlio.  È questa pazienza, questa disponibilità a tenere il cuore aperto che consente al figlio, di ritorno sulla via di casa, di risperimentare la gioia di un abbraccio ricco di tenerezza.

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