terre di mezzo

Frequento le stazioni ferroviarie tutti i giorni, dal momento che vado a lavorare in treno. Vi passo brevi momenti quando scendo e forse qualche attimo in più in attesa del treno di ritorno.

Ci incontri gente normale, un po’ di tutte le razze e tutti i censi: operai, immigrati, impiegati, studenti… capita anche qualche uomo d’affari.  In fondo le stazioni ferroviarie sono dei luoghi molto “democratici”, attraversati da gente di tutti i generi.

Ieri sera, andando a prendere mio fratello, che tornava da una vacanza insieme alla sua famigliola, ho rimesso piede, in orari decisamente diversi, in quella stazione che batto tutti i giorni per lavoro. Saresti sorpreso dal constatare come essa assuma un volto completamente diverso: l’accoglienza che essa offre nelle ore lavorative cede il posto alla diffidenza e al sospetto delle ore serali e notturne; l’umanità che generalmente la abita nelle ore di luce viene rimpiazzata da una “umanità diversa”, più varia, talvolta stravagante, talvolta emarginata, che vive questi luoghi proprio quando tutti se ne vanno via. Ti sorprendi nel constatare quanta gente “strana” viene alla luce proprio nelle ore notturne, quanta umanità riaffiora quando il ritmo frenetico del giorno rallenta fino a spegnersi in tempi più ampi e dilatati.

È proprio quando questa “frenesia produttiva” si calma che queste persone, espulse dalla società dell’efficienza, hanno modo di riprendersi alcuni spazi, di riabitare alcuni ambienti, di riemergere da quella condizione di isolamento in cui erano stati destinati. Ci trovi i vecchi dai vestiti logori e maleodoranti, immigrati da ogni dove, in una babele di lingue e di idiomi; ci trovi gente che vive nelle mille “soglie della vita”, ai confini della normalità, che abita queste “terre di mezzo” in cui la povertà economica ed il disagio mentale trovano un terreno fertile.

Ci trovi un mondo diverso, “altro” rispetto a quello che sei abituato a vedere: sono i mille volti della povertà, della disperazione, dell’emarginazione, del degrado e dell’esclusione; volti che non incontriamo troppo spesso e che volentieri ignoriamo; occhi che raramente incontrano i nostri…

Forse dovrei imparare a frequentare più spesso queste “isole deserte di umanità”, per imparare ad aprire gli occhi, il cuore e la mente ai tanti esclusi che ogni giorno abitano nelle nostre città.

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