la “pornografia” della parola

Da qualche giorno ho iniziato a pubblicare qualche mio post sulla pagina Facebook di LodivecchioMese, il  mensile locale su cui curo una piccola rubrica. Sapevo che mettendo pensieri e commenti su una bacheca così potente e diffusa come Facebook mi sarei esposto a critiche commenti: «È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!» per fare una citazione famosa ed è giusto che sia così.

Ciò a cui non ero pronto però era l’aggressione verbale, scomposta, violenta e volgare; non pensavo che quello che scrivo (condivisibile o meno che sia) potesse suscitare risposte così accese ed offensive. Si condivide o si critica, ma nel rispetto dell’altro e riconoscendo la sua onestà intellettuale. Perché quando si passa dalla critica delle idee alla denigrazione personale beh… questo è un gioco a cui non voglio giocare… sicché queste persone non credo meritino una mia risposta. Non ci sono idee o pensieri a cui ribattere e all’insulto si può solo rispondere in due modi: con altro insulto o con il silenzio. Io preferisco il secondo.

Due cose però voglio dirle su questa vicenda.

Prima: dietro l’apparente difesa di una tastiera, talvolta ci sentiamo autorizzati a dare sfogo alle nostre emozioni e pulsioni più violente e aggressive. Diciamo cose che (ne sono convinto) censureremmo nel colloquio faccia a faccia. Perdiamo così quel senso del limite che il volto dell’altro davanti a noi rende visibile e concretamente palpabile. La falsa percezione di anonimato, che i social veicolano, stimola una “pornografia delle parole” che è ripugnante.

Secondo: in questi tempi post-ideologici, temo che, insieme alle ideologie, abbiamo smarrito pure le idee. C’è una palese riluttanza all’uso del pensiero pacato, lineare, razionale; ho l’impressione che talvolta l’aggressività che proviamo e che esprimiamo a parole sia in realtà il frutto della nostra incapacità ad articolare un ragionamento consistente, comunicabile e comprensibile all’altro (indipendentemente che sia condivisibile o meno).  Pensare (e quando dico pensare non mi riferisco affatto a mettere in fila una serie di parole, mossi da incontrollabili passioni interne) richiede disciplina, umiltà, pazienza e la disponibilità ad accettare che nessuno di noi possiede la verità per intero, e che l’altro, ogni altro, può essere portatore di una buona notizia per la mia vita.

Denken ist Danken“, “pensare è ringraziare” diceva Martin Heidegger: sì, perché pensare è riconoscere anzitutto che la verità è qualcosa di eccedente e che ci precede sempre; è qualcosa di cui nessuno ha l’esclusiva e che va ricercata insieme, giorno dopo giorno, senza arroganza o insolenza.

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